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05 Aprile 2026 - 13:24
“È risorto, non è qui!” (Mt 28,6). Questo è il cuore della nostra fede. “Andate e ditelo ai suoi discepoli” (Mt 28,7). Tutta la missione della Chiesa e dei cristiani è di portare agli uomini e al mondo, testimoniandola, questa notizia. In questo giorno, noi cristiani celebriamo un evento cui forse ci siamo abituati, anno dopo anno, fin da bambini: Gesù è risorto, ci dicevano quando eravamo piccoli, e a noi pareva quasi normale. In fondo, si trattava dello stesso Gesù capace di camminare sulle acque, di ridare la vista ai ciechi o di risuscitare un suo amico. Quindi, niente di troppo strano. Se però ci soffermiamo a pensarci da adulti, dobbiamo riconoscere che siamo di fronte a qualcosa di quasi illogico, di irrazionale, di contrario alla nostra comune esperienza. La quale, semmai, ci ha proposto tante volte il contrario della resurrezione, cioè la morte, il prevalere immutabile della morte, che, quando arriva, dice la sua parola definitiva, fissa i corpi in una rigidezza incontrovertibile ed evoca riti sempre uguali e senza ritorno.
La Pasqua, però, è la festa della ribellione alla tirannide della morte, cioè all’evento che chiude tutte le vite e che ben conosciamo perché ci circonda, ci assedia. La morte dei nostri cari, dei nostri amici, la morte delle vittime di violenza, la morte della gente che subisce la guerra in tante parti del mondo. La morte nostra, anche, cui ci abituiamo a pensare presto, unici fra gli esseri viventi, noi umani, a sapere di dover morire. Ma la Pasqua ci racconta un finale diverso. C’é stato un mattino, nella storia del mondo, in cui un uomo, Cristo, è uscito dal sepolcro, si è liberato delle bende, del buio e del freddo ed è tornato alla vita.
Ci crediamo? Se siamo qui, probabilmente, sì. E se ci viene da aggiungere che era un uomo, sì, ma era anche Dio, in questa obiezione dobbiamo leggere la chiave per credere che risorgeremo con lui. Perché Lui lo ha detto, proprio in quanto Dio: “Chi crede in me non morirà in eterno”. Perché Lui è Signore della Vita, e come tale può decidere che su di noi e per noi non sarà la morte ad avere l’ultima parola.
Dobbiamo, però, crederci e volerlo. Partecipare di Lui, fargli posto. La sua vita e la sua salvezza non ci verranno mai imposte. Ci sono invece offerte, sono offerte alla nostra libertà di esseri autonomi, pensanti, padroni del proprio destino. Quando Dante, nel XVI canto del Purgatorio, chiede a Marco Lombardo se il male presente nel mondo sia responsabilità di noi umani, si sente rispondere con un’espressione meravigliosa: “liberi soggiacete” (“A maggior forza e a miglior natura / liberi soggiacete”). Cioè, soggiaciamo alla legge divina, ma liberi.
E anche davanti alla Pasqua dobbiamo esercitare la nostra libertà.
Crediamo che Gesù sia risorto? E, se ci crediamo, quali conseguenze ha questa nostra scelta sulle nostre vite? Scrive san Paolo: “Cristo nostra Pasqua è stato immolato. Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né un lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità” (1 Cor 5,7-8). Non si tratta di rievocare semplicemente il fatto storico della morte e della risurrezione di Gesù; né di commuoverci ai gesti semplici e significativi della liturgia, ma si tratta piuttosto di attualizzare, nell’oggi, per noi e in noi, il mistero della morte e della risurrezione del Signore, in una autentica novità di vita.
Mi verrebbe da dire che la prima conseguenza dovrebbe essere cominciare a risorgere ora, da oggi, nelle nostre vite. La Resurrezione non può esserci comunicata e partecipata se non così: sperimentandola già qui, sulla terra, dove soggiaciamo liberi di decidere se fare posto a Cristo e alla sua Parola, se essere di Lui e con Lui, o se vivere travolti dalle nostre cose, ignorandolo, o tenendolo di sfondo, ma senza amarlo, senza ascoltarlo, senza pregarlo.
Sappiamo bene quali esistenze conduciamo, quali idoli assedino la nostra vita, quali inclinazioni al peccato, anticipo di morte, la guastino.
Siamo, davanti al Crocifisso Risorto, disposti a dirgli che cercheremo di risorgere anche noi, provocando significative svolte nel nostro vivere?
Penso a cose semplici, concrete, ma che ci riscattino da tanta opacità e povertà. Scegliere il Risorto può significare tornare alla messa domenicale, là dove ci aspetta e lo riconosciamo nello spezzare il pane; imporci un minimo di preghiera quotidiana, una tu per tu con Lui; leggere ogni mattina oppure ogni sera una pagina di Vangelo posando per cinque minuti il cellulare, rompere consuetudini non limpide nel modo di lavorare, di amare, di essere dentro le nostre relazioni e le nostre famiglie. Tornare al meglio possibile di noi.
Mille aspetti di noi invocano resurrezione, e solo aprendo il cuore al Crocifisso Risorto possiamo trasformarle in meglio, stando con lui, pregando, ritrovando i sacramenti, su tutti la Confessione.
Credere al Crocifisso Risorto non può essere un’opzione teorica del giorno di Pasqua. Deve essere un’opzione pratica di ogni nostro giorno, una conversione continua, perché, risorgendo da vivi, nelle nostre vite, possiamo poi, un giorno, risorgere anche dalla morte, come ci è stato promesso dal Dio della Vita
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