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06 Aprile 2026 - 17:30
La foto di gruppo della leva
Un calendario semplice, dodici cene e un traguardo importante: così un gruppo di amici ha trasformato un anniversario "di leva" in qualcosa di molto più profondo. In un’epoca dominata da connessioni digitali e relazioni sempre più fragili, la scelta di ritrovarsi attorno a un tavolo si è rivelata potente e controcorrente. Tra risate, ricordi e assenze che continuano a farsi presenza, la leva del 1975 di Carrù ha deciso di condividere la sua storia.
Riceviamo e pubblichiamo. Doveva essere l'anno dei nostri cinquant'anni. Un traguardo importante. Un numero tondo. Avevamo deciso tutto con semplicità: una cena al mese, dodici appuntamenti. Un calendario chiaro, con un inizio e una fine. Un modo bello per festeggiare insieme mezzo secolo di vita. E così è stato.
Mese dopo mese ci siamo ritrovati attorno a un tavolo. Abbiamo riso. Abbiamo brindato. Abbiamo riannodato fili che il tempo aveva allentato. Qualcuno arrivava per primo e sceglieva il tavolo “strategico”. Qualcun altro entrava con la solita battuta pronta. Non c’era un programma preciso. Eppure, come spesso accade nelle cose vere, tutto prendeva forma da sé. Poi l'anno è finito. Il calendario si è chiuso. Ma nessuno di noi aveva voglia di fermarsi.
Perché in quei mesi qualcosa era cambiato. Le cene non erano più semplici appuntamenti. Erano diventate uno spazio necessario. Un tempo atteso. Un luogo in cui tornare a essere noi stessi.
I nostri legami si erano rafforzati. Le conversazioni si erano fatte più profonde. La voglia di incontrarci non era più legata a un anniversario. Quello che all’inizio era un calendario, alla fine è diventato una scelta. E così abbiamo continuato. Non per celebrare un numero. Ma per custodire un legame.
Siamo una generazione ponte. Siamo cresciuti negli anni Novanta, con lo zaino Invicta sulle spalle e le amicizie costruite nei cortili, nei bar, nelle piazze. Abbiamo conosciuto il mondo prima degli smartphone e poi lo abbiamo visto cambiare, ma ci siamo accorti che nessuna connessione digitale può sostituire la presenza.
Viviamo in una società diversa. Il sociologo Zygmunt Bauman la definiva “società liquida”: un tempo in cui tutto scorre, si trasforma rapidamente, fatica a restare. Anche i legami.
Siamo immersi nelle connessioni, ma affamati di presenza. Le relazioni si fanno fragili, veloci, facilmente sostituibili. Le reti si allargano, ma si assottigliano. Cresce una solitudine silenziosa, talvolta dolorosa. Per questo, sedersi attorno a un tavolo senza fretta è diventato per noi un gesto controcorrente.
L’amicizia che respiriamo a queste tavolate è voluta, desiderata, custodita con cura. C’è chi ha perso e ricominciato. Chi ha cambiato casa, città, vita. Chi ha affrontato paure che a vent’anni non conosceva. Eppure, ogni volta che alziamo il calice, le distanze si annullano. Le storie riprendono esattamente da dove si erano fermate e continuano.
Abbiamo fatto una scelta. Abbiamo deciso che alcuni legami non sono intercambiabili. Non sono temporanei. Non si accendono e non si spengono. Sono radici. E quando tutto cambia, sono l’unica cosa che resta. Le nostre tavolate non celebrano soltanto il passato: sono un investimento sul futuro.
Brindisi dopo brindisi rinnoviamo un patto silenzioso: esserci. Non per abitudine. Non per convenzione. Ma per scelta. Anche gli amici che non ci sono più continuano, in qualche modo, a sedere con noi a quel tavolo.
Non servono grandi parole. Basta un nome pronunciato piano, un ricordo che riaffiora all’improvviso. Chi ha condiviso un pezzo di strada con noi resta. In questa società siamo abituati a inseguire ciò che appare straordinario. A cercare gesti clamorosi, momenti eccezionali, imprese che facciano rumore. Eppure spesso non ci accorgiamo che la cosa più straordinaria è la più semplice. Restare. Credere. Fidarsi.
Scriviamo queste parole perché viviamo in un tempo in cui restare in relazione è diventato un atto consapevole. Perché abbiamo capito che incontrarci ha reso le nostre vite un po’ più piene. Un po’ più vere.
E se questo racconto può servire a qualcuno per riprendere un contatto, per fare una telefonata rimandata da troppo tempo, per organizzare una cena senza aspettare un’occasione speciale, per tornare a sedersi attorno a un tavolo con chi ha condiviso un pezzo di strada, per scegliere di non rimandare ancora, allora ne sarà valsa la pena.
Perché a volte basta poco per sentirsi meno soli. E quel poco, quasi sempre, è qualcuno. «La vita non aspetta. Non rimandate. Organizzate. Amate. Vivete.» In memoria di Marco, Ettore e Laura che hanno condiviso un pezzo di strada con noi… e continuano a camminarci accanto.
La Leva 1975 di Carrù
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