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Aprile 1796: Napoleone vince la battaglia, ma piange il suo generale

Sono passati esattamente 230 anni dallo scontro di Mondovì che portò alla resa dei piemontesi

Aprile 1796: Napoleone vince la battaglia, ma piange il suo generale

Napoleone Bonaparte alla battaglia di Mondovì

Sono passati esattamente 230 anni da quando il rombo dei cannoni si fece sentire sotto le mura di Mondovì. Dopo anni di guerra l'arrivo di un giovane generale di nome Napoleone Bonaparte aveva decisamente stravolto gli equilibri sul fronte italiano nei combattimenti tra la Francia rivoluzionaria ed i regimi europei. Con una brillante serie di manovre e tattiche, il generale corso era riuscito a vincere i suoi nemici consecutivamente, cacciandoli dalla Liguria ed inseguendoli fino al cuore del Regno di Sardegna. Dopo la campagna di Montenotte, la battaglia di Ceva e lo scontro a San Michele i francesi volevano aprirsi la via per Torino.

Gli scontri del 21 aprile 1796 sono passati alla storia come la “battaglia di Mondovì”: l’esercito sabaudo, dopo la sconfitta, chiese ai francesi un armistizio, ma Napoleone pagò la vittoria a caro prezzo con la perdita del generale Stengel, comandante della cavalleria dell'Armata d'Italia, morto dopo alcuni giorni per le ferite riportate. Sepolto nella chiesa di San Giovanni in Lupazzanio, presso l'altare di San Giacinto, sul lato destro della chiesa, la sua tomba è ormai scomparsa. Il nome è inciso nell’Arco di Trionfo a Parigi.

La battaglia di 230 anni fa

A ricordare la battaglia e i suoi protagonisti sulle colonne de “L’Unione Monregalese” è il professor Ernesto Billò. La mattina del 21 aprile 1796 i francesi di Napoleone erano ormai alle porte di Mondovì Piazza e bombardavano la Cittadella dal Bricchetto e dai Ligarilli. Ai piemontesi non restava che ritirarsi, benché il re Vittorio Amedeo III avesse chiesto una difesa a qualsiasi costo. Il generale Colli lasciò un pugno di soldati a custodire le mura e le porte della città alta e tentò di portare fuori tiro l’esercito sulla sponda sinistra dell'Ellero. Il governatore provvisorio di Mondovì si dimise ed i consiglieri, implorando clemenza, mandarono le chiavi della città a Napoleone che, fatti sparare gli ultimi colpi su Piazza, la fece circondare da est e da ovest.

Intanto per proteggere la ritirata dei piemontesi era appostato a Carassone un gruppo di cavalieri agli ordini del marchese di Chaffardon (non inganni il nome francese). Ed ecco, a metà pomeriggio, piombare giù da Briaglia fino ai Tetti d’Ellero quattro reggimenti di cavalleria francesi provenienti da Niella. Li guidava il generale Stengel e, secondo i piani, dovevano puntare inattesi su Mondovì, alle spalle e sui fianchi dei piemontesi. I quali però, nella loro fuga, erano ormai al “Sòt dle Ran-e” e oltre.

Stengel lasciò allora il grosso della sua cavalleria alla cascina Deimi e inviò un piccolo gruppo alla Bicocca della Garzegna perché, agli ordini di Gioacchino Murat, seguisse gli eventi da vicino. Poi, con un gruppo di Dragoni e d’esploratori, Stengel guadò l'Ellero presso la cascina Gavazza e arrancò su per la riva andando a sboccare nella via di Cassanio dopo aver lasciato una riserva d’uomini alla cappella di san Nicola. Raggiunse poi la cascina della Grassa e, dalla strada vecchia della Piana, la “Croce della Grassa” dov’era una cappella dell’Annunziata. Di lì, Stengel, nonostante la sua miopia, poté constatare la confusione che regnava nell’esercito sabaudo in fuga. Allora dalla cappella di san Paolo dispose i suoi per un attacco che accrescesse la paura nei piemontesi e desse modo ai francesi di raggiungere il torrente Pesio e di là tagliar loro la ritirata.

I primi Dragoni francesi inviati all’attacco mandarono il rancio di traverso ai piemontesi, che però riuscirono a piazzarsi per sostenere l’assalto. Ma in quel momento piombarono dai Cortili di Carassone i 125 cavalieri piemontesi del marchese di Chaffardon e del maggiore Chevalù. Accortisi della manovra di Stengel, essi si erano precipitati oltre il solco dell’Ellero per fronteggiare in due gruppi i cavalieri nemici.

Avanzando guardingo fra gli alberi, Stengel si trovò viso a viso con gli uomini di Chaffardon. Sconcertato, fece segno ai suoi di arrestarsi e di attendere la carica a piè fermo. Abituato ad attaccare con coraggio, stavolta per la fatica e la sorpresa dovette cambiare tattica. Chaffardon gli si avvicinò fino a un tiro di pistola, poi fece suonare la carica, e i suoi cavalieri piemontesi mossero a spada sguainata. I Dragoni francesi indietreggiarono fin sull’orlo del burrone perdendo uomini e cavalli. E Stengel, anziché stare dietro a far da regista, si mise alla testa dei suoi.

Lo scontro violento arrivò al corpo a corpo tra urla, spari e fendenti. Stengel dovette vedersela con un maresciallo, Giuseppe Bertea, il quale, prima di cadere ferito al viso, riuscì a disarcionare il generale procurandogli larghe ferite. “Nous sommes perdus!” gridarono i francesi vedendo cadere il loro generale, e tornarono indietro a precipizio verso l’Ellero e la Garzegna, mentre Chaffardon faticava a trattenere i suoi piemontesi dall’inseguirli giù per le rive di Cassanio.

Stengel, agonizzante, venne catturato con una ventina di suoi Dragoni e appoggiato ad una “noce gobba” davanti alla cappella del “Cristo”; poi venne trasportato dai piemontesi verso san Paolo dei Bertoni; ma fu raggiunto e liberato dai francesi ormai vittoriosi su tutto il resto del fronte. Fu allora portato all’ospedale di Carassone dove combatté fra vita e morte per un’intera settimana. Spirò il 28 aprile e fu sepolto nella chiesa parrocchiale.

“Mi han fatto fuori la mia cavalleria leggera”, si disperò Napoleone, che da uno come Stengel si aspettava grandi cose. Ma intanto la vittoria nella Campagna d’Italia non poteva sfuggirgli: lo stesso giorno della morte di Stengel, il Piemonte sabaudo fu piegato con l’Armistizio di Cherasco.

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