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«32 anni di calcio sulle mie spalle, ma rifarei tutto»

Livio Ballauri
di Alberto Bovetti Nel calcio dilettantistico, come in tutte le umane attività, ci sono ed operano certe figure che quasi mai si prendono la scena od occupano i titoli dei giornali, ma rivestono un ruolo preziosissimo ed imprescindibile, ben più di tutti gli altri che vanno e vengono, fanno e disfano. Sono i dirigenti sportivi, o dirigenti di società come li chiamano in FIGC-LND, personaggi laboriosi e benemeriti che assommano in sé una quantità di mansioni disparate, da responsabile del calciomercato ad addetto allo sbarazzo dello spogliatoio ed alla manutenzione del terreno di gioco, da confidente e confessore di anime di calciatori in crisi ad organizzatore indefesso di sessioni di allenamento, trasferte ed amichevoli, da raccoglitore dei palloni che finiscono al di là delle recinzioni e nei rovi ad addetto stampa della società. Noi del giornale, che ci ritroviamo costretti a tormentarli con le nostre chiamate della domenica sera, piene di interrogativi sulla cronaca della partita, sul nome corretto di quello specifico marcatore o sul minuto esatto di una sostituzione, li vediamo come angelici benefattori che non si sa bene per quale motivo accettino di trascorrere una buona parte del dì di festa al telefono in nostra compagnia, anziché attaccare di brutto come si fa con gli operatori dei call center. Per cui, li conosciamo bene e li teniamo in gran conto. Ma non tutti, non sempre, si accorgono di loro, del lavoro fondamentale che svolgono, della trave portante che rappresentano per il sistema del calcio dilettantistico, senza la quale la baracca andrebbe giù e pure rovinosamente. Per fortuna, anche in Federazione non sono miopi di fronte al contributo dei dirigenti sportivi, sicché c’è la bella consuetudine che consiste nel riconoscimento di una speciale onorificenza annuale destinata a chi abbia alle spalle almeno 20 stagioni di (onorata) attività. La notizia è che, un po’ a sorpresa (per lui), ma non certo senza merito, quest’anno è stato chiamato a ricevere il premio, nell’ambito della cerimonia tenutasi sabato scorso all’Hilton Rome Airport di Roma, il nostro Livio Ballauri, ds del Carrù, trenta e più anni passati a sporcarsi mani e piedi nel piccolo calcio di provincia, campione di passione e di impegno, ma anche di gentilezza, di garbo e di disponibilità. È l’occasione per una veloce chiacchierata, con il supporto di alcuni fogli che Livio, da buon “fissato” delle cose del football, aggiorna periodicamente e porta con sé, contenenti l’elenco infinito di tutti i giocatori tesserati e degli allenatori cui ha affidato le “sue” squadre. «Ritirare questo premio mi ha fatto enorme piacere, è una grande gratificazione non tanto per le mie qualità di dirigente, perché non mi reputo un dirigente con la “d” maiuscola, quanto per la passione che mi lega al calcio dilettantistico e per l’impegno che ci ho dedicato. Con quello in corso, sono 32 campionati che ho vissuto mettendoci cuore e anima. Sono partito da Clavesana, risorto sulle “ceneri” dell’Interlanga (la società che faceva capo ai comuni di Piozzo, Farigliano e Clavesana e che disputava le partite interne sul campo del Navetto di Farigliano, cancellato dall’alluvione del ’94, ndr), lì ho fatto 15 stagioni, poi due all’Azzurra, e con questa sono 15 pure al Carrù. Un lungo periodo in cui ho tesserato 342 atleti, ho visto passare i padri ed i figli, ed ho avuto con me 20 allenatori, da Nino Callipo all’attuale Giorgio Michelotti, con menzione particolare per Viglione, Pizzo e Santini, che insieme a Callipo sono quelli con cui abbiamo vinto i campionati». Una vita in Seconda Categoria. «Praticamente sì, se si eccettuano gli esordi in Terza ed un anno in Prima. Ma non ho rimpianti. Non nego che mi siano arrivate proposte da società di categorie superiori e di averci pensato su, ma alla fine ho sempre rifiutato, perché preferisco il mio “orticello” dove posso lavorare come piace a me, costruire un gruppo vero ed un rapporto con le persone fondato sulla fiducia e sulla voglia di stare insieme, piuttosto che inserirmi in società più grandi e strutturate dove non si bada a queste cose». Il tema è d’obbligo, data la lunga storia e l’impegno che comporta ed ha comportato: chi glie lo fa fare? «Considerato che ho contato 817 gare ufficiali da dirigente, di cui almeno 750 di domenica, la domanda è lecita, ancor più se si bada a tutto il lavoro che c’è da sbrigare oltre alle partite, dalla ricerca dei fondi a tutti i piccoli e grandi aspetti organizzativi. Non posso nascondere che in alcuni rari casi ho pensato di mollare. Ma ha sempre prevalso la grande passione per questo sport, la voglia di assemblare un bel gruppo e l’ambizione, che non mi è mai mancata, di centrare qualche risultato. Il calcio è cambiato perché sono cambiati i ragazzi, che rispetto ad un tempo devono essere coinvolti maggiormente ed hanno mille distrazioni, però ho la presunzione di saper riconoscere al volo quelli che valgono e che possono dare tanto alla squadra, e rimane il piacere di costruire un team e di far parte di un piccolo mondo in cui si respirino entusiasmo e voglia di fare bene. Se lavori in questo modo, le gratificazioni e le manifestazioni di affetto non mancano, ed io ne ricevo continuamente ed ovunque vada. Perciò, nonostante tutti i sacrifici che mi ha creato, rifarei tutto ciò che ho fatto in questi 32 anni».
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