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02 Aprile 2026 - 11:16
Giovedì mattina 2 aprile, il “Giovedì santo”, in Cattedrale a Mondovì Piazza il vescovo mons. Egidio Miragoli, ha presieduto alla solenne Messa crismale concelebrando con il presbiterio della Chiesa monregalese, attorniato dai diaconi, consacrando il crisma e benedicendo gli oli, manifestando così la comunione nell’unico sacerdozio e ministero di Cristo.
Occasione preziosa per rinnovare le promesse e gli impegni sacerdotali. Presenti molte religiose e catechisti e catechiste, nonché un bel numero di ministranti, avvalorando il significato profondo del crisma e degli oli per catecumeni e infermi. Ha prestato servizio la cappella musicale "San Pio V" con la direzione di Valter Preve. Ampia ed articolata l’omelia del vescovo, incentrata su “Sentimenti ed attese della gente verso il prete”, anche a seguito della visita pastorale ancora da concludere con la Zona di Mondovì.
Diamo spazio al testo di mons. Egidio Miragoli, che merita attenzione e che interpella tutti.
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Cari sacerdoti, diaconi, religiose e religiose, fedeli laici, benvenuti a questa solenne celebrazione che più di ogni altra manifesta il nostro essere comunità diocesana, cioè la Chiesa di Dio che è in Mondovì, nelle sue articolazioni e nei suoi diversi ministeri, nella sua missione. La messa crismale è celebrazione di comunione, di fraternità, di condivisione. Il nostro convenire è già un annuncio, una testimonianza. Per quel che mi riguarda, da quattro anni ormai, essa coincide anche con la conclusione della visita pastorale ad una zona: perciò, la vivo come un punto d’arrivo, dove i volti incontrati, il tempo condiviso e le esperienze vissute danno ulteriore concretezza alla fraternità, alla comunione e alla condivisione. Porto qui tutto ciò che ho vissuto e tutte le persone che ho incontrato. Ringrazio ciascuno di cuore, singoli e comunità; ringrazio soprattutto i sacerdoti e i loro collaboratori. Un sentimento di particolare riconoscenza lo rivolgo alle istituzioni laiche (amministrazioni comunali, militari, scuole, aziende, istituzioni assistenziali, associazioni) che, semplicemente a partire dalla disponibilità ad un incontro, mi hanno accolto come vescovo con squisita gentilezza e cortesia. Ho avuto così modo di constatare la passione e la dedizione di molte persone, l’eccellenza delle nostre aziende, la grande umanità e professionalità di tanti imprenditori, dirigenti e amministratori, capaci di coniugare il bene delle persone con il successo delle aziende. Confesso che alcuni incontri sono state autentiche lezioni di vita, oltre a mostrarmi ancora una volta che il Vangelo è vivo e vissuto in tanti modi, a volte inconsapevolmente ma concretamente, nelle pieghe del nostro territorio. Vien da pensare che davvero molti laici si santificano nel lavoro, e che il lavoro è santo, quando è vissuto nel rispetto dell’altro, finalizzato al bene prima ancora che al profitto, ma anche al profitto che genera benessere e aiuta a vivere.
In questa celebrazione che, ripeto, manifesta la comunità diocesana, mi è caro ricordare tutti con animo grato, chiedendo per tutti la consapevolezza della loro appartenenza ad essa, perché solo nella concordia condivisa si possono fare cose grandi, così come la discordia le cose grandi le distrugge, le annulla, le svilisce. Un affettuoso pensiero va ai sacerdoti assenti per anzianità o malattia; sentiamo vicini il vescovo emerito Luciano, e i sacerdoti, religiosi e laici che svolgono servizio missionario in altre Chiese. Ricordiamo nella preghiera i sacerdoti e diaconi defunti, e coloro che a suo tempo hanno condiviso con noi il ministero.
Nel significato ecclesiale e spirituale complessivo di questa messa, emerge la realtà del sacerdozio ministeriale quale speciale partecipazione al sacerdozio di Cristo ed è consuetudine offrire una riflessione sul ruolo e il ministero del prete. Quella del prete “non è ovviamente una figura da inventare, ma da accogliere e realizzare. Esattamente come la figura del cristiano, istituita e prescritta da Gesù Cristo, da realizzare nella ‘sequela’, la figura del prete, istituita e prescritta da Gesù Cristo come determinazione specifica della figura del cristiano, è sempre da realizzare nell’attualità della Chiesa” (G. Colombo). Sappiamo quante accentuazioni diverse abbia avuto la teologia del presbiterato, e di conseguenza la sua spiritualità. Al di là delle varie sottolineature, resta fermo ed evidente il senso ultimo di questo ministero, che riassumerei così: per Cristo e per i fratelli, al servizio di Cristo e dei nostri fratelli. Siamo preti perché ci siamo sentiti chiamati da Cristo e amati, attratti da Lui; abbiamo capito che nel condividere la sua missione avremmo contribuito a trasformare il mondo mediante la testimonianza dell’amore, “con” e “per” i nostri fratelli.
Alla luce delle tante suggestioni che ho colto durante la visita pastorale, vorrei soffermarmi questa mattina su un argomento che ci tocca da vicino, e ci stimola come preti, come pastori. Incontrando tante realtà e tante persone, e cogliendo in loro curiosità e interesse, o per meglio dire un orizzonte di apertura e di attesa, mi sono posto – e vi pongo – una semplice domanda: “Quali sono i sentimenti e le aspettative della nostra gente nei confronti del sacerdote?”. Non una ricerca sociologica, ma una riflessione spirituale e pastorale per metterci in ascolto di quanto il Signore ci vuole dire anche attraverso le richieste delle persone e delle comunità delle quali siamo a servizio. Va doverosamente premesso che il sacerdote riceve il mandato da Cristo e dalla Chiesa, non dalla gente. Dovrà quindi annunciare anche verità non richieste dai suoi destinatari, a volte scomode o non gradite, e così adempiere compiti anche meno capiti o apprezzati. E tuttavia sappiamo che Dio ci parla e ci sollecita anche attraverso il popolo e le sue domande, tema caro a papa Francesco, specie nella “Evangelii Gaudium”. Sono richieste che esigono dal sacerdote rispetto, ascolto e anche discernimento. Pertanto dovremmo evitare due opposte tentazioni: da una parte, quella di non tener conto di ciò che la gente si aspetta; dall’altra, quella di ridurre il messaggio o la nostra opera a ciò che la gente gradisce.
Ciò premesso, per chiarire a noi stessi che cosa il popolo di Dio si attenda dai sacerdoti, dobbiamo entrare nel vivo delle nostre comunità parrocchiali, pensare alla nostra gente concreta, quella a cui siamo mandati. La visita pastorale, con i suoi molteplici incontri extra parrocchiali condivisi con voi sacerdoti, mi ha reso sempre più convinto di quanto ancora l’incontro con il prete sia pensato e atteso con speranza, stima e affetto, nonostante nuove forme di indifferenza religiosa e di presa di distanza dalla Chiesa possano far pensare al contrario. In realtà, la figura del sacerdote non è sbiadita né insipida: in un mondo di virtualità dilagante, ha, o può avere, ancora il vantaggio della presenza concreta, dell’incontro umano, della gratuità, del dialogo fra persone che condividono un tempo e uno spazio. Per comodità e anche per restare nella misura di un’omelia, preferisco distinguere i nostri possibili interlocutori in tre categorie di persone: i non praticanti; i praticanti regolari, o quasi regolari; gli operatori pastorali, ovvero i più vicini collaboratori.
I non praticanti
I non praticanti apprezzano di solito le qualità umane del prete: la cordialità, la lealtà, il rispetto delle persone, l’impegno per la giustizia, la dedizione agli ultimi, come poveri e anziani. Stimano le figure “carismatiche” che si dedicano agli emarginati, assecondano e apprezzano figure un po’ eccentriche. Fanno attenzione al ruolo sociale più che agli aspetti spirituali o propriamente pastorali. Di fronte a errori o contro-testimonianze, o incomprensioni, a volte mettono il sacerdote sotto accusa; altre volte lo compatiscono. Non lo vorrebbero né manager, né affarista, né politicante. Lo pretendono benevolo e comprensivo in occasione dei sacramenti dei figli. Apprezzano la vicinanza nel momento del lutto. Nonostante tutto nelle nostre comunità il prete rimane spesso un riferimento anche per questa categoria di persone. A volte il Signore ci avverte di certe cose proprio attraverso la loro critica un po’ tagliente e, infine, può capitarci, di fronte a qualche testimonianza o atto di bontà di dover ripetere con gioiosa sorpresa le parole di Cristo: “In Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande” (Mt 8,10).
Con questa prima categoria di persone, che ha svariate e anche contraddittorie sfumature, anzitutto non dobbiamo essere sbrigativi nel giudicare, anzi non dobbiamo proprio giudicare. Solo il Signore, infatti conosce i meandri del cuore; solo lui, come dice la liturgia, conosce la nostra fede e le forme, anche inconsapevoli, che essa può assumere. Talora, certi vissuti, purtroppo, allontanano dalla religione e dalla Chiesa cuori nei quali esiste tuttavia uno sguardo religioso sul mondo e sulla vita. Non scordiamoci, poi, nell’incontro con i non credenti o gli indifferenti, che proprio la loro distanza da noi e dalla nostra mentalità può schiuderci tesori di novità e di sorpresa nella percezione, nella lettura della realtà, anche delle nostre chiuse realtà. Confronto e sintesi possono farci crescere e renderci credenti migliori e sacerdoti più avvertiti ed efficaci. Perciò, imitiamo Gesù in dialogo con la Samaritana, e sediamoci al pozzo; non disdegniamo di trascorrere tempo con chi praticante non è e di offrire sinceri rapporti di amicizia: nel tempo – forse lo abbiamo già sperimentato – avvengono veri e propri miracoli a partire da relazioni umane autentiche.
I praticanti
C’è poi nelle nostre parrocchie la categoria, variamene consistente, dei cosiddetti “praticanti”. Essi apprezzano il prete per la sua umanità, ma anche per il suo zelo, per la coerenza religiosa e spirituale, per la sua scelta di vita. Si accorgono se è un uomo di fede, se celebra con fede, se predica in modo preparato e convinto, se è disponibile per le confessioni, se sosta in chiesa a pregare, se è distaccato dal denaro, se è premuroso per i malati, se si lascia trovare con facilità, se va a visitare le famiglie senza fare differenze, se si dedica ai ragazzi e ai giovani con vera passione. Desiderano che il prete sia “libero”, cioè che non si leghi in particolare a nessuno e non si lasci condizionare da persone o gruppi. Lo vorrebbero presente nei momenti significativi della loro vita, della vita di famiglia e di comunità. Rimangono male quando ciò non è possibile, per motivi diversi, e non sempre comprendono le doverose precedenze che il prete deve imporsi. Alcuni sono ancora legati a una visione di Chiesa e di prete non più attuali, e faticano a stare al passo, a capire alcune scelte pastorali che si impongono. I praticanti, regolari o quasi, cerchiamo comunque di tenerli vicini, ...di non allontanarli! Ricordando sempre che, benché praticanti, anche loro sono in cammino, anche loro vanno educati e cresciuti nella fede: non sono infatti perfetti, come nessuno lo è; e la fede cristiana è un percorso non facile, che necessita di maestri insieme rispettosi e saldi, attenti e misurati, capaci di non lasciare solo e di sostenere chi, con tutte le difficoltà causate dal vivere in una società come la nostra, cerca di seguire Cristo e di compiere le scelte concrete che ciò comporta.
I collaboratori
I collaboratori, infine. Non diamoli mai per scontati, né diamo per scontata la nostra figura ai loro occhi. Vanno comunque cercati, e poi fatti crescere. Sono coloro che ci lavorano accanto, coloro che più da vicino ci vedono e sui quali più direttamente ricadono le nostre fragilità. Desiderano che il prete si assuma le proprie responsabilità, ma anche sappia stimare e valorizzare quanti li aiutano. Vogliono vedere in ciascun prete l’uomo di Dio che prega ed è roccia sicura nella fede, nella speranza e nella carità; il pastore che guida la comunità, li consiglia, li dirige. Si attendono che dia testimonianza di serenità e di pazienza anche nei momenti di tensione. Avere dei collaboratori ci richiama alla necessità di essere ancora pienamente e interamente sacerdoti, dono sacro a una comunità che intorno a noi cammina, cresce, cerca di incidere in un tessuto umano e sociale; dono sacro ai singoli che devono salvare la loro anima e dare un senso alla loro vita.
Va detto che a volte ci sono attese e richieste che deludono, e provengono proprio dai più vicini. Anche Gesù ha sentito fare delle domande deludenti dai suoi apostoli, come quando volevano far scendere il fuoco dal cielo sui samaritani (cfr Lc 9,54) o avere un posto alla sua destra e alla sua sinistra nel Regno (cfr Mt 20,20-24). Gesù ci insegna a orientare i sentimenti e le capacità dei collaboratori, senza scoraggiarci di fronte a delusioni, apparenti fallimenti o abbandoni. Nelle “croci pastorali” ci ricorderemo che Gesù è stato rinnegato da Pietro a cui aveva dato tanta fiducia, e tradito dall’amico Giuda. Tuttavia non possiamo negare che dai più vicini collaboratori ci vengono dei doni e degli aiuti preziosi: la lealtà e la franchezza che ci aiutano a non sbagliare; con alcuni l’amicizia vera, l’attenzione sincera alla nostra persona e non solo al ruolo che esercitiamo. Ci sostengono nella nostra missione, condividono le nostre fatiche e la nostra passione pastorale e certamente pregano anche per noi, oltre che con noi. Come vedete, con chiunque, non credenti, indifferenti, non praticanti, praticanti e collaboratori, il nostro essere preti oggi, più di sempre ci convoca alla seria considerazione di ciò che dobbiamo rappresentare e donare. Non lascia tempo a stanchezza e amarezze. In loro, Dio che ci ha scelti ci richiama alla grandezza della nostra missione, sia pur affidata a fragili mani. In questo momento tutti vogliamo affidare al Signore, considerando una grazia poterli avere tutti come fratelli.
Ora la celebrazione continua con la benedizione degli oli destinati ai momenti forti e decisivi della vita cristiana. Nell’olio rifluiscono esperienze originarie dell’uomo. L’olio era espressione per eccellenza della forza vitale. Alimento fondamentale, medicina, fattore di bellezza ed espressione della gioia di vivere. Nei sacramenti esso assume nuovo significato grazie allo Spirito di Dio: nell’unzione dei malati esso è come la medicina di Dio; nel Battesimo rende forte il cristiano per la battaglia della vita; l’olio del crisma, nella Cresima e nell’ordinazione, rammenta l’unzione dei sacerdoti, dei profeti, dei re, e la relativa missione, è segno di dignità e responsabilità, conferisce lo Spirito Santo.
Come attingendo a un’unica sorgente, ognuno di noi porterà questi oli nelle varie comunità. Più che un atto materiale, questo, è “un processo interiore per cui noi diveniamo servitori della vita, per cui portiamo in tutto il corpo della Chiesa quest’olio creatore dal cui fluire zampilla la vita” (Card. Ratzinger).
Ma l’olio che da questa cattedrale si diffonde in tutte le nostre comunità non può non ricordarci anche le parole del salmo 133: “Ecco, come è bello e come è dolce che i fratelli vivano insieme! È come olio prezioso versato sul capo, che scende sulla barba, la barba di Aronne, che scende sull’orlo della veste”.
Queste parole dell’olio prezioso che penetra nelle membra stanche ridonando freschezza e vita, nella primitiva comunità sono divenute immagine della bellezza della comunione fraterna della Chiesa, il suo essere una cosa sola a partire dall’unità sacramentale che proviene da Gesù. Un richiamo dunque a camminare sempre più insieme: nel presbiterio diocesano, forte e viva è la necessità dell’unità e della comunione. Lo esige il nostro ministero per la sua stessa ricchezza, cui ho accennato prima. Non cresciamo nel numero, anzi, e l’età che avanza ci toglie energie. Cerchiamo di sostenerci almeno vicendevolmente, perché, al passare degli anni, la Chiesa e la società hanno sempre più bisogno di sacerdoti dal cuore grande
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