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23 Aprile 2026 - 17:28
Don Giorgio Burdisso
Riportiamo l'intervento del vescovo, mons. Egidio Miragoli, durante il funerale di don Giorgio Burdisso, oggi pomeriggio, 23 aprile, nella parrocchiale di Farigliano.
Nel giorno del suo onomastico, celebriamo le esequie di don Giorgio. Il consueto augurio che, muovendo dal pretesto del nome, solitamente esprime amicizia, stima e affetto, oggi si fa preghiera: don Giorgio torna a Dio, quel Dio che ha amato e servito, e noi gli rivolgiamo il nostro ultimo saluto, il nostro ricordo, intriso di gratitudine e di speranza. La gratitudine per ciò che ha fatto in mezzo a noi, per noi e con noi, come ministro del Vangelo, e la speranza che tutto ciò gli venga rimeritato nel Cielo. Muoverò dalla commovente pagina del Vangelo che abbiamo appena ascoltato per arrivare alla figura e alla vita di don Giorgio, così care anche a chi, come me, lo ha conosciuto tardi, e soprattutto per mezzo di testimonianze ha potuto intuire che cosa si celava dietro il suo sorriso, e che esistenza aveva condotto.

Accompagnati dal Crocifisso risorto
Abbiamo ascoltato la pagina del Vangelo di Luca che domenica ha introdotto questa terza settimana di Pasqua, la pagina dei discepoli di Emmaus. Un teologo francese sostiene che, quand’anche fossero andate perdute tutte le restanti parti dei quattro Vangeli canonici, l’episodio di Emmaus avrebbe consentito al cristianesimo di trasmettere l’essenziale del messaggio di Gesù crocifisso e risorto nei secoli a venire fino al suo ritorno finale.
Un episodio dunque, ricco di suggestioni e che parla a ciascuno di noi, ci dice che il Crocifisso risorto è vivo e presente, ci insegna dove oggi e sempre è possibile incontrarlo e riconoscerlo. In questa circostanza mi soffermo solo su due particolari.
Anzitutto, l’immagine e l’esperienza del cammino. I due discepoli protagonisti di questo capitolo del Vangelo sono due uomini che salgono da Gerusalemme ad Emmaus, poi da Emmaus tornano a Gerusalemme. Un cammino non solo geografico, ma spirituale. Uno di loro si chiamava Cleopa, e l'altro? L’evangelista Luca non lo dice lasciando così ai suoi lettori, a ognuno di noi, la possibilità di occupare lo spazio di uno dei due pellegrini. Anche Emmaus, è luogo variamente identificato dagli archeologi e quindi un po’ misterioso e “aperto” a tanti possibili luoghi. Sembra di leggere la storia di tante nostre vite, che trascorrono nel loro andirivieni su strade quotidiane, consuete, logore e perfettamente note. È il cammino faticoso della vita, fatto di speranze e delusioni, e poi ancora di entusiasmi e poi ancora di delusioni. Ripetitivo eppure sempre nuovo. Sempre nuovo eppure ripetitivo. “Chi non ha camminato su quella strada, una sera in cui tutto pareva perduto?” (F. Mauriac).
Testimoni del Risorto facendo strada con Lui
I due discepoli, però, durante il viaggio di andata intriso di tristezza e delusione, sono ignari che con loro c’è Gesù, che Gesù li accompagna, di scorta. La presenza del Risorto è reale, vicina, ma è come velata, e solo gli occhi della fede sanno scoprirla. Mi piace pensarlo per ciascuno di noi, e anche per don Giorgio, che del cammino è giunto alla fine. I cristiani, coloro che credono in Cristo morto e risorto, non sono soli nel travagliato, talvolta apparentemente insensato, spesso contraddittorio e doloroso viaggio della vita. Non può essere che così: Cristo ci ha scelto, Cristo ci ha chiamato per nome, Cristo ci ama e non ci abbandona: avere un sentimento religioso della vita, come certamente anche don Giorgio aveva, è pensare che i nostri giorni avvengano sotto lo sguardo di Dio, con accanto Cristo che cammina discreto e silenzioso, che accetta la nostra fragilità e i nostri peccati, che si ferma ad aspettarci quando i nostri dubbi ci paralizzano, quando noi non abbiamo la forza di continuare, o ci prendiamo digressioni volute dal peccato, o smarriamo il senso stesso del nostro procedere: lui è lì, attende soltanto che lo riconosciamo come amico, fratello e salvatore. Questa è la nostra forza. È ciò che ci dà forza. In ogni stagione della vita.
Con Lui anche alla sera della vita
Non per caso, le parole più famose e più ripetute dell’episodio di Emmaus sono quelle della supplica al viandante ancora misterioso: “Resta con noi, perché si fa sera”. Quell’invocazione che è diventata un canto che spesso ripetiamo si trasforma in un inno al Cristo risorto perché adempia la sua promessa di essere con noi «tutti i giorni, sino alla fine del mondo» (Matteo 28,20). Bellissima preghiera, intima e disarmata, affettuosa e sincera, che assume ancora più significato quando giungiamo alla sera della vita: quando il buio e la solitudine si fanno più evidenti, più necessaria si fa la presenza del Signore, accanto a noi. Quel Signore che magari per anni abbiamo faticato a sentire accanto, o finto di non riconoscere, non abbiamo avuto il tempo di riconoscere, o non abbiamo avuto voglia di riconoscere, perché le nostre egoistiche strategie di vita ci richiedevano di evitarlo, di escluderlo, di ignorarlo. Ma tanto più in questa circostanza, io voglio sottolineare la fortuna di noi cristiani, cui alludevo prima: cifra comune a tutti noi, ciò che dà forza al cammino quotidiano e serenità anche alla sera della nostra vita, quando la vita va a finire, è la certezza della presenza del Signore risorto. E, ne sono certo, è stato così anche per don Giorgio negli anni della sua vita e del suo ministero, che vogliamo ripercorrere davanti al Signore, per rendere omaggio alla sua esistenza di sacerdote generoso e fedele.
Don Giorgio, sacerdote a Farigliano
Sono stati diversi i luoghi dove don Giorgio ha svolto il suo ministero per ben 56 anni: Sant’Albano, Torino Mirafiori, Viola. Ma gli anni della maturità sacerdotale don Giorgio li ha spesi qui, a Farigliano. Ben 32 anni parroco per Farigliano e Naviante. Dal 1990 al 2022. Un tempo lungo ma subito ferito. Prima la chiesa parrocchiale pericolante per problemi statici e quindi chiusa al culto, poi l'alluvione avvenuta nel novembre 1994. Furono giorni terribili, come è stato ricordato nel 2024 in occasione del trentesimo anniversario. Ebbene: in quella tragedia la figura di don Giorgio spiccò per la dedizione e la vicinanza dimostrata alla sua gente. Messo presto alla prova, presto don Giorgio mostrò la sua tempra di uomo e di pastore.
Nell’ora dell’alluvione
In occasione del trentesimo anniversario dell’alluvione, diverse volte sono ricorsi il nome di don Giorgio e il ricordo di quanto fece, in un sincero atteggiamento di collaborazione con tutti. Ognuno dei parrocchiani di allora potrebbe probabilmente rendere una sua significativa testimonianza. Personalmente, sono stato colpito da una lettera speditami nel gennaio 2023 da una persona di Ravenna – allora era un giovane – che fu a Farigliano nei giorni dell'alluvione. Dopo tanti anni, avendo saputo del ritiro obbligato di don Giorgio e della malattia che aveva intaccato la sua memoria, ha voluto scrivermi perché non andasse smarrito il ricordo del bene ricevuto. Una lettera che oggi mi pare doveroso condividere.
Gratitudine per il suo impegno sacerdotale
"Ringrazio il Signore per il dono del sacerdote Giorgio Burdisso, che ho avuto la fortuna di conoscere nel luglio del 1995, quando, allora quasi 25enne Obiettore di Coscienza della Caritas Diocesana di Ravenna-Cervia, mi recai a Farigliano insieme ad altri tre obiettori, nell'ambito di Estate Ragazzi, per il progetto di aiuti alle vostre popolazioni colpite dall'alluvione del novembre 1994. Don Giorgio e Farigliano, sono il simbolo evidente di come la Grazia del Signore e la Provvidenza esistano: uno sperduto paesino delle Langhe, si è intrecciato con la mia esistenza, finendo con l'essere una tappa fondamentale per la mia vita. Oltre che i fariglianesi, ebbi appunto la fortuna di conoscere Don Giorgio, che con la sua fede, semplicità, bontà e allegria, divenne subito per me un punto di riferimento, con il quale abbiamo poi periodicamente continuato a vederci fino al 1999 e a sentirci per Natale, Pasqua e il suo compleanno fino a inizio gennaio, quando l'ho chiamato presso il santuario di Vicoforte. Santuario che nel 1995 ci fece conoscere, durante un giro che compimmo nel weekend in cui eravamo a Farigliano. In quell'estate del 1995, facemmo animazione per due settimane a un gruppo di scatenati bambini, che divennero, insieme alle famiglie, i nostri inseparabili compagni di un'avventura stupenda. Di ritorno da Farigliano, continuai il mio servizio come obiettore di coscienza presso l'Opera di Santa Teresa del Bambino Gesù, dove lavoro tuttora e dove ho conosciuto mia moglie [...]
Gesti e impegni che fanno strada a chi sta attorno
A volte sottovalutiamo il significato di un incontro, di un’esperienza, di una parola. Questa testimonianza ce ne ricorda l’importanza e la provvidenzialità. Basta davvero poco per orientare o ri-orientare un cammino.
L’affetto e la riconoscenza
Accanto a questo documento così essenziale e bello, sarebbe interessante ascoltare le testimonianze dei giovani degli anni Ottanta cresciuti nella vivacità della canonica di don Giorgio, o nei campeggi di Viola e della Certosa. Significativa anche la motivazione della cittadinanza onoraria che Farigliano ha concesso a don Giorgio nell’ottobre del 2022:
"Per la dedizione e l'impegno ineccepibile nella cura pastorale della nostra parrocchia negli ultimi 32 anni. Per la costanza del suo lavoro e lo zelo evangelico che hanno regalato a Farigliano anni di viva partecipazione ecclesiastica. Nonché per la cura certosina di tutte le chiese del territorio". Ovviamente la stanchezza, a motivo dell’età, aggravata dalla malattia che comprometteva la serenità delle relazioni, ha lievemente oscurato il finale, ma certamente non ha fatto dimenticare gli anni in cui don Giorgio ha dato il meglio di sé, con la sua disponibilità e il suo sorriso accogliente. Lo attestano la cura e vicinanza affettuosa che la comunità di Farigliano-Naviante ha riservato a don Giorgio nella Casa di riposo e di cui ringrazio di cuore il sig. Sindaco, il direttore della struttura e tutti gli operatori, don Marco. Davvero è stata una bella testimonianza di riconoscenza e di affetto quella che avete dimostrato in questi anni accompagnando don Giorgio nel suo tramonto, con professionalità e non solo. Grazie.
E concludo. Mi è già capitato di osservarlo, ma oggi mi preme particolarmente ribadirlo: fra i rimpianti di un vescovo (ma vale un po’ per tutti) c’è quello, inevitabile, di conoscere alcuni sacerdoti solo quando hanno già dato il meglio di sé, ignorandone gli anni giovanili. È una perdita grave, come leggere solo le ultime pagine di un libro. Prima ci sono i capitoli più importanti. Prima, delle vite, ci sono le fasi più intense e feconde. Ci sono le persone nella loro fase più rigogliosa. Perciò, volentieri raccolgo, come in questo caso, le parole pronunciate o scritte di chi è stato testimone di altri tempi e può restituirci la figura complessiva dell'uomo e del sacerdote. Talvolta le sorprese positive sono straordinarie, o lo sono le conferme di quanto si era intuito. Un po’ come quando qualcuno ci parla dei nostri genitori da giovani, di come erano prima che noi nascessimo e cominciassimo a ricordarli.
Tutta vita, tutto mistero del vivere. E, come nel caso di don Giorgio, motivo di gratitudine dovuta al Signore, che ci dona esempi belli e consolanti di come può essere ben spesa la vita di un cristiano, e di un suo sacerdote.
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