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15 Febbraio 2026 - 11:07
Foto AFP/SIR
«Non ci sarà nessun resort a Gaza. Qualunque progetto non può ignorare i due milioni di persone che vivono lì. Hanno perso tutto, ma non la dignità. E contro la dignità non si costruisce nulla».
Con parole nette, il cardinale Pierbattista Pizzaballa è intervenuto ad Arezzo al convegno “Giustizia e pace in Terra Santa”, promosso dalla diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, Rondine Cittadella della Pace e Caritas diocesana.
Il patriarca latino di Gerusalemme ha descritto una situazione drammatica: «La tregua non è pace. A Gaza c’è un cessate il fuoco, ma ogni giorno qualcuno continua a morire. Continuano esecuzioni e azioni mirate. Il 90% della Striscia è distrutto. Non c’è acqua, non c’è elettricità, non ci sono fogne. Le scuole sono chiuse da tre anni, tutti gli ospedali sono stati colpiti. Mancano medicinali e si muore per il freddo o per infezioni».
Tra i cristiani di Gaza – poche centinaia di persone – durante la guerra sono morte 23 persone per fuoco diretto e altre 23 per mancanza di assistenza.
L’incontro, nella basilica di San Francesco gremita da quasi mille persone, è stato un momento di forte partecipazione ecclesiale e civile. Mons. Andrea Migliavacca ha parlato di “un grande abbraccio” verso chi soffre a Gaza e nel mondo. Franco Vaccari, fondatore di Rondine, ha ricordato che la pace non è un’utopia ma una responsabilità concreta: «Tutti possiamo fare qualcosa per spezzare le catene dell’odio».

Anche don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, ha ribadito che «la guerra non è mai giusta» e che la vera sfida è costruire la pace con scelte coerenti: meno armi, più giustizia, remissione dei debiti ai Paesi poveri, nonviolenza attiva. «Se vuoi la pace, prepara la pace. E si parte dai poveri, prime vittime di ogni conflitto‘.
Nel dialogo con il pubblico, Pizzaballa ha sottolineato che oggi parlare di pace in Terra Santa è difficile: «La pace ha bisogno di condizioni, di volontà politica e di fiducia. E in guerra la prima vittima è proprio la fiducia». Anche quando il conflitto finirà, nulla tornerà come prima.
C’è spazio per la speranza? «Nel breve e medio periodo la situazione non cambierà molto. Non saranno gli attuali leader a costruire la pace. Servono nuove figure e nuove visioni. Questo non è il tempo dei grandi gesti, ma di preparare il terreno, di restare vicini a chi desidera la pace. Un giorno saranno loro a ricostruire».
Un passaggio centrale è stato dedicato al linguaggio: «Non abbiamo armi, ma abbiamo le parole. In questa guerra sono state usate parole terribili. Un linguaggio violento genera violenza. Serve un linguaggio dignitoso, che apra orizzonti e non costruisca barriere. Il desiderio di pace deve diventare cultura». Sui cristiani di Gaza: «Restiamo. Non per scelta politica, ma per fedeltà. Siamo palestinesi come gli altri».
Preoccupazione anche per la Cisgiordania, dove – ha riferito – aumentano tensioni, sequestri, danneggiamenti e confische. Sulla soluzione “due popoli, due Stati”, ha ribadito: «Due popoli esistono. I palestinesi hanno diritto a uno Stato».
L’incontro si è concluso con il rinnovo del gemellaggio tra la diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro e il Patriarcato latino di Gerusalemme, esteso anche a Rondine. Confermato il legame con la parrocchia dell’Annunciazione di Beit Jala e consegnato un contributo di 30.000 euro raccolti dalla diocesi. I bambini, protagonisti del progetto “Petali di pace per la Terra Santa”, hanno affidato al cardinale i loro messaggi destinati ai coetanei della regione. Un segno semplice, ma potente: la pace si prepara, un gesto alla volta.
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