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Gli 80 anni della Vespa: quando la Piaggio fece la storia di Ceva

A 80 anni dalla nascita del mito italiano, Giuseppe Caramello ricorda il lavoro, la fabbrica ed i colleghi di officina nella Ceva del dopo-guerra

Gli 80 anni della Vespa: quando la Piaggio fece la storia di Ceva

Correva l'anno 1946 quando venne presentata per la prima volta la “Vespa”, un mito destinato a rimanere presente nella storia d’Italia. Il 23 aprile 1946 la Piaggio & C. spa di Pontedera, depositava un brevetto, firmato Corradino D’Ascanio, per una «motocicletta a complesso razionale di organi ed elementi con telaio combinato con parafanghi e cofano ricoprenti tutta la parte meccanica».

Si trattava di un motociclo innovativo, molto speciale e molto apprezzato, nato da una progettazione speciale che aveva radici profonde nella aeronautica e idee futuristiche.

La grande storia italiana è legata a tantissime microstorie che la compongono, microstorie che passano anche per Ceva. A 80 anni dalla nascita di quel mito tricolore, che ancora oggi affascina migliaia di appassionati, ripercorriamo le alcune vicissitudini della Piaggio, una di queste microstorie. Infatti una grande presenza industriale nazionale per qualche anno del dopoguerra trovò sede a Ceva, nel fabbricato industriale che ora ospita attività didattiche e del territorio.

 

Giorgio Gonella traccia la storia della Piaggio a Ceva

 
Il complesso industriale, sorto nei primi anni del 1900, venne costruito per ospitare la produzione tessile Hoffman. La lavorazione fu un forte traino per Ceva e per il circondario fino agli anni ’30. Subì una flessione per poi riprendere, ma lo scoppio della seconda guerra mondiale determinò un brusco arresto della produzione.

I locali vennero destinati all’acquartieramento dei militari in vista della partenza per il fronte. Presto le città subirono le incursioni aeree anglo-americane che miravano a colpire le fabbriche. Anche gli stabilimenti della Piaggio di Finale Ligure e di Genova vennero presi di mira, non solo dal cielo, ma anche dal mare.

Si decise quindi di trasferire la produzione di componenti aerei in fabbriche lontane dalle zone di attacco. Vennero scelte Alba, Trinità e Ceva. Nel cotonificio trovarono collocazione i macchinari che producevano componentistica per gli aerei della Regia Aviazione. Dopo l’8 Settembre 1943, quando i tedeschi occuparono il Nord Italia, nella fabbrica cebana venivano prodotti componenti per il motore Daimler Benz 605 montato sui caccia tedeschi Messerschmitt BF 109.

La produzione, più volte interrotta a causa di possibili attacchi aerei, arrivò fino alla fine della guerra. La Piaggio quindi decise di diversificare la produzione, riportando a Finale Ligure ed a Genova la parte aerea e a Pontedera la linea di produzione di motocicli, dando il via alla linea della mitica “Vespa”.

 

 

Chi ci lavorò a lungo, con fatica

 
Per comprendere meglio questo periodo molto importante per Ceva, Gonella aveva chiesto alcuni anni fa a tre cebani, Elio Cora, Ugo Boffano e Giuseppe Caramello, che lavorarono in Piaggio dal 1946 al 1951, in cosa consisteva la produzione.

Elio Cora così raccontava: «Io ricordo molto bene come erano dislocati i vari reparti, a cominciare dagli ingressi, le saldature, le presse, i torni, i banchi di lavorazione, le presse, fino ai pochi spazi destinati agli operai. Lavoravamo duro, ma con passione e con la volontà di produrre bene. Non si facevano solo componenti per la Vespa, tra cui i due parafanghi, ma avevamo anche una linea che produceva componenti per gli scambi ferroviari, le cornici in alluminio per i finestrini dei vagoni, ed inoltre venivano prodotti i serbatoi del sistema di frenata dei treni».

 

 

Oggi Beppe Caramello ha di nuovo condiviso con noi memorie e ricordi, con delicatezza verso chi non è più con noi e con la speranza che questo passato così importante non venga dimenticato ma anzi venga rivalutato e raccontato ancora ed ancora.
«Erano tempi difficili, io iniziai a lavorare a 14 anni – spiega –. Non avevamo una tuta e neppure guanti, io lavorano in pantaloni corti. Eravamo circa 300 operai, e lavoravamo su tre turni. Già dai primi mesi io venni destinato anche al turno di notte. Non era facile, per me, ragazzino, lavorare la notte in quel grande capannone.

Faceva freddo, molto freddo, e non ci si poteva fermare né per scaldarsi né per bere un caffè. Lavoravamo con molta determinazione e con il timore di perder il posto. Il lavoro, allora come ora, era molto molto importante per poter affrontare le spese. Per la “Vespa” venivano fatti i copri-sterzo, marmitta, scocche di lato ed alcune modanature del telaio. Io ero al reparto macchine. Facevo i turni. Il turno di notte era difficile. La prima notte che ho fatto, nel reparto macchine, ero solo, non avevo altri operai con me. Fu molto difficile. In tutti i turni non c’era pausa, non ci si poteva fermare per mangiare. Se venivi sorpreso a mangiare venivi multato.

La fabbrica aveva in dotazione un camion con le gomme piene che portava i prodotti alla stazione e viceversa. L’autista era Gamba, il padre di Luciano Gamba. Il capo di tutta la fabbrica era il signor Poli, che veniva da Pontedera. Tra gli operai molti erano di Ceva e molti erano di Mondovì».

 

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