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Dalla linea del fronte alla cattedra: gli Alpini trasformano la missione ONU in Libano in una lezione di pace

Il II Reggimento Alpini appena rientrato dalla missione ONU in Libano incontra gli studenti della Scuola Forestale di Ormea

Dalla linea del fronte alla cattedra: gli Alpini trasformano la missione ONU in Libano in una lezione di pace

Venerdì 10 aprile la Scuola Forestale di Ormea ha avuto l’onore di ospitare il II Reggimento Alpini e il suo comandante, il Colonnello Davide Marini, appena tornati dalla missione di pace ONU UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon).

L’obiettivo educativo dell’incontro è stato consentire agli studenti di comprendere il ruolo che tali missioni svolgono nel quadro delle relazioni internazionali contemporanee, evidenziandone il carattere orientato alla mediazione, alla prevenzione dei conflitti e alla tutela delle popolazioni civili più che militare.

L’evento, organizzato dallo storico e docente dell’Istituto, prof. Nicolò Rovere e convintamente appoggiato dal dirigente scolastico Armida Drago, ha necessitato di un lungo processo istituzionale e militare, in particolare vista la complessa situazione dei nostri alpini del II, rimasti a Tiro per più di sette mesi, ben oltre la loro programmata scadenza, a causa dei bombardamenti e dello stato critico di guerra attivo in quell’area del Sud del Libano.

L’iniziativa intendeva offrire, in dettaglio, agli studenti un’occasione di approfondimento sul significato e sulla natura delle missioni internazionali di pace, strumenti attraverso i quali la comunità internazionale – sotto l’egida delle organizzazioni multilaterali – interviene in contesti di crisi al fine di favorire la stabilizzazione dei territori, la protezione delle popolazioni civili e il mantenimento delle condizioni minime di sicurezza necessarie ai processi diplomatici e politici.

Di pari, se non di superiore interesse, è stata la finestra aperta su quei concetti etici di fondante importanza nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza. Nel corso dell’incontro, infatti, accanto alla ricostruzione operativa delle missioni di pace, è emersa con chiarezza una dimensione spesso meno visibile ma decisiva: quella delle competenze relazionali. I militari hanno sottolineato come, nei contesti contemporanei, l’efficacia dell’azione non dipenda soltanto dalla preparazione tecnica, ma anche dalla capacità di ascolto, di mediazione culturale e di gestione empatica delle situazioni di crisi. In questo senso, le cosiddette soft skills – dall’inclusione alla comunicazione interculturale – non costituiscono un corredo accessorio, bensì uno strumento essenziale per operare in scenari complessi, dove la sicurezza si intreccia con la costruzione di fiducia tra comunità diverse.

Per i ragazzi non è stato solamente un incontro di grande prestigio, ma sono entrati subito in sintonia con il linguaggio del Colonnello, il quale ha saputo esprimere con semplicità e limpidezza il significato delle missioni di pace per lo Stato italiano e, in particolare, la complessa situazione mediorientale di stringente attualità. Senza la conoscenza delle reali situazioni del mondo, non si può perseguire con pertinacia la tanto agognata Pace. In questo, le missioni di Pace costituiscono un baluardo di civiltà e altruismo della nostra Europa e soprattutto della nostra Italia.

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