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Detenuto di 62 anni si suicida in carcere. «Una sconfitta per lo Stato»

Presso la Casa Circondariale di Torino. Nei giorni scorsi il monito di Mattarella

Detenuto di 62 anni si suicida in carcere. «Una sconfitta per lo Stato»

«Nel tardo pomeriggio di ieri, lunedì 15 marzo, un detenuto ristretto presso la Casa Circondariale di Torino, all’interno del Padiglione E, si è tolto la vita impiccandosi. Al momento non sono ancora noti i motivi che possano averlo indotto a compiere questo gesto estremo». A parlare è Vicente Santilli, Segretario Nazionale per il Piemonte del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE).

Proprio in questi giorni il presidente della Repubblica è tornato a volta a parlare degli istituti di pena lanciando l'allarme sullo stato drammatico delle prigioni italiane, sulle loro condizioni strutturali, sul loro sovraffollamento e, ovviamente, solidarizza con gli agenti penitenziari costretti ad operare in continua emergenza. Sergio Mattarella ha elencato i problemi del sistema penitenziario italiano ricevendo al Quirinale il capo dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Stefano Carmine De Michele, e una rappresentanza della polizia penitenziaria in occasione del 209º anniversario della sua costituzione.

I dati sono realmente sconvolgenti: a dicembre 2025 lo stesso DAP aveva segnalato 1981 tentativi di suicidio e 11720 casi di atti autolesivi. Secondo il Garante nazionale, nell'intero periodo 2021-2025 i suicidi costituiscono il 33% dell'intero insieme dei decessi di detenuti. Se si considera che nell'intero arco dei cinque anni il numero medio dei presenti in carcere è stato pari a 58.268 il tasso di suicidi stimato sarebbe pari a 12,6 ogni dieci mila presenti. Si tratta di un valore più di venti volte superiore al tasso che si registra in tutta la popolazione italiana.

Il richiamo di Mattarella

Il capo dello Stato ha ricordato che la Polizia Penitenziaria esercita una «grande responsabilità, sovente in condizioni di estrema difficoltà», aggravate da un sovraffollamento cronico e da una preoccupante carenza di personale sanitario e di formazione specifica.

Il punto più dolente ha riguardato proprio la piaga dei suicidi. «Ciascuno di questi casi rappresenta una sconfitta per lo Stato, cui la vita dei detenuti è stata affidata».

Serve, aggiunge ancora Santilli «una riflessione seria e profonda sulle condizioni di vita negli istituti, sul fenomeno del sovraffollamento e sulla necessità di rafforzare concretamente gli strumenti di prevenzione e di tutela della dignità e della vita delle persone detenute. È necessario intervenire con urgenza attraverso misure concrete che consentano di rafforzare gli organici, migliorare le condizioni di lavoro del personale e potenziare gli strumenti di prevenzione del disagio detentivo. Non è più accettabile restare indifferenti di fronte al ripetersi di simili tragedie».

Sul tema interviene anche Donato Capece, Segretario Generale del SAPPE: «I suicidi in carcere sono inaccettabili, così come sono inaccettabili le condizioni di lavoro del personale di Polizia penitenziaria, impegnato H24 nelle sezioni detentive e sempre più spesso vittima di aggressioni e atti violenti da parte della componente più problematica della popolazione detenuta. Nei nostri istituti si deve poter respirare un’aria diversa da quella che ha condotto alla illegalità e al crimine: noi siamo pronti a dare il nostro contributo».

Il SAPPE ribadisce quindi la propria proposta di riforma del sistema penitenziario, articolata su tre livelli: «Un primo gradino – spiega Capece – per i reati meno gravi, con pene non superiori ai tre anni, da scontare attraverso misure alternative come la messa alla prova; un secondo livello per pene superiori, da espiare in istituti meno affollati anche grazie alla riduzione della custodia cautelare; un terzo livello destinato alla massima sicurezza, dove il contenimento in carcere resta prioritario».

«Il sovraffollamento – conclude il SAPPE – è un problema storico e diffuso anche in altri Paesi europei, ma affrontabile con modelli diversi. È necessario ripensare l’esecuzione penale: da un lato riservando il carcere ai fatti di maggiore gravità sociale, dall’altro individuando condotte per le quali, pur restando rilevanti penalmente, non sia necessario il ricorso alla detenzione».

«Le strutture di detenzione del Piemonte sono allo stremo»

«La terribile notizia del suicidio di una persona detenuta di 62 anni nel carcere di Torino ci addolora ma, purtroppo, non ci stupisce. Nei sette sopralluoghi che abbiamo fatto da inizio 2026 nelle strutture di detenzione del Piemonte abbiamo trovato una situazione allo stremo: sovraffollamento, strutture fatiscenti e inadeguate, tensione tra i detenuti, carenza di personale, e in particolare di educatori, misure disciplinari utilizzate a fini meramente punitivi decise dal DAP di Roma che rendono ancora più disperata la situazione – sottolineano da AVS Alice Raviale, Valentina Cera e Giulia Marro –. Non fa eccezione il CPR di Torino, dove gli atti anticonservativi sono all'ordine del giorno e di fatto si sta accettando il rischio che le persone trattenute possano farsi male, anche molto seriamente».

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