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«Mangiare era diventata la mia paura»: Il racconto di Silvia al podcast di Luca Casadei

Silvia Oreglia intervistata a "Fuori dal buio" di "One more time" per parlare di disturbi alimentari

Silvia, da Mondovì al podcast di Luca Casadei per parlare di disturbi alimentari

Il suo "buio", come lo ha detto lei, era l'ortoressia. «Lo è stato - dice Silvia Oreglia, di Mondovì -: è iniziato nel 2018». Un disturbo alimentare di cui si parla poco: molto meno noto, per esempio, di anoressia o bulimia. «È la fobia del cibo: la paura di ciò che mangi perché pensi che il cibo ti ossa fare male, che sia pericoloso. Ed è così che il cibo diventa un pericolo».

Silvia è l'ultima protagonista di "Fuori dal buio", spin off del famosissimo podcast One More Time di Luca Casadei - uno dei podcast più seguiti di Italia per la profondità dei temi trattati. E la puntata con Silvia è semplicemente magnifica. Un racconto genuino di chi entra in un tunnel, ma ne esce. Senza retorica.

Tutto comincia anni prima. «A volte, quando mangiavo, sentivo disturbi. Pensavo di avere un problema "fisico": dolori alla pancia, infiammazioni. Ma i controlli medici non davano riscontro, nessuna patologia - ha raccontati lei -. Così ho cominciato a seguire una dieta prescritta da una nutrizionista». Ed è così che quella che doveva essere una soluzione, è diventato l'inizio di una spirale. «Ho cominciato a selezionare: questo sì, questo no. Ho cominciato a perdere peso: e siccome "mi piacevo di più", ho iniziato a sviluppare la paura di ingrassare. Ortoressia e anoressia hanno iniziato ad andare di pari passo».

Il fatto di seguire una dieta era diventata quasi "una scusa". Al microfono di Casadei, Silvia racconta che «ho iniziato a togliere, un po' per volta, non solo gli zuccheri, ma anche le verdure. Cucinavo da sola, mangiavo cibi "sani" ma con sempre meno dosi e sempre meno nutrienti».

Un'ossessione quotidiana per "mangiare sano". «E, poco alla volta, "mangiare sano" diventa... una restrizione sempre maggiore. Prodotti a km0, poi vegano, poi macrobiotico, eccetera. La paura di mangiare cibi nocivi diventa la paura di mangiare. Se le amiche uscivano a cena, io dicevo: "vi raggiungo dopo". Riducevo la mia vita sociale. Davanti ai menu mi sentivo paralizzata».

Un turbine che travolge anche chi è accanto: che riguarda la paura dell'ignoto, la paura di perdere le relazioni, e il peso di ogni scelta - anche quella di che pizza ordinare - come se fosse una responsabilità da cui può dipendere tutto. Un'ossessione per il pericolo costante: e quel pericolo è il cibo. «Non mangiare equivaleva a "conservare la mia salute". Mi sembrava che il mangiare fosse una malattia: e invece la mia malattia era un'altra».

Fino al giorno in cui si è resa conto che tutto questo non era sano, ma era un problema. Un grosso problema.

O meglio: il giorno in cui ha trovato la forza di ammetterlo a sé stessa. «Perché io sapevo quali meccanismi stavo mettendo in atto - dice -... ma non volevo prenderne consapevolezza. Poi, un giorno, mia madre mi disse che aveva parlato con mia zia, che le aveva chiesto: "Ma Silvia sta bene? La vedo così tanto magra". E che aveva passato una notte a piangere. Ecco: lì mi è arrivato dritto in faccia».

È stato il primo giro di boa. Lei comincia a parlarne, cerca aiuto, va da una psicologa esperta sui disturbi alimentari.

E non è che da questo momento tutto inizia ad andare bene, come per magia: «Io non volevo cure farmacologiche, volevo continuare a seguire una dieta, certe abitudini. Non è stato semplice. È stato un percorso continuo: ora ho imparato le dinamiche che si muovono dentro di me. Mi sento "fuori dall'ortoressia, sì: ma mi sento comunque ancora "in viaggio" in questo percorso. Ora riesco a osservarmi senza giudicarmi "sbagliata". Senza la paura di guardarmi allo specchio senza quei filtri che portano a dirmi come "devo essere"»..

Oggi? «Ho mantenuto l'attenzione per i prodotti locali, a km-zero, per scelta non solo dietetica ma anche etica. Ma non è più un'ossessione».

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