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A 23 anni tra bimbi prematuri e orfani della Tanzania: Anna e il viaggio che non si dimentica

«Qui si vive il presente», il racconto della giovane dottoressa di Carrù che è pronta a tornare

A 22 anni tra prematuri e orfani della Tanzania: Anna e il viaggio che non si dimentica

Anna Manfredi e i bambini del centro di Ikelu (Tanzania)

«Posso dire di essere felice della scelta che ho fatto. L’Africa ti coinvolge completamente, ti entra dentro. È uno stile di vita totalmente diverso dal nostro. Mi ha colpito tutto: anche le piccole cose, come dover schiccare il riso (perché qui è sempre da pulire), stare all'aria aperta e rendere tutto utile per un gioco, anche un bastoncino o un mattone avanzato».

Anna Manfredi, 23 anni, di Carrù, è pronta a tornare in Italia a fine mese dopo alcuni mesi come volontaria trascorsi tra Kenya e Tanzania. Dopo la laurea in "Terapia della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva" ha sentito il bisogno di partire, lanciando anche una raccolta fondi tra amici e conoscenti per raccogliere materiali e attrezzature.

Partita il 24 gennaio, ha iniziato il suo percorso in Kenya, come avevamo già raccontato. Poi è passata in Tanzania, dove è ospitata dall’Associazione Pamoya, impegnata nei reparti di neonatologia e pediatria dell’ospedale del villaggio di Ikelu.


Ben ritrovata Anna, che realtà hai trovato in Tanzania rispetto al Kenya?

«È un mondo completamente diverso, sia dal punto di vista lavorativo che della vita quotidiana. Vivo all’interno di un centro insieme ai volontari del servizio civile, a stretto contatto con i bambini e con le mamme. Non siamo più isolati come in Kenya, ma immersi nella comunità. La nostra casa è vicina alle abitazioni dei bambini. All’interno del centro c’è anche un asilo aperto ai piccoli del villaggio. Qui si vive davvero il contesto locale, condividendo tutto. Poi il clima è particolare: pur essendo in Africa, siamo a 1.500 metri e fa freddo».

Qual è la tua giornata tipo?

«Ogni mattina raggiungo a piedi l’ospedale di Ikelu, una struttura grande che qui offre molti servizi: ecografie, visite oculistiche, pediatria e anche un importante progetto per i grandi ustionati, purtroppo frequenti qui. Mi occupo principalmente di terapia intensiva neonatale. L’ospedale accoglie moltissime nascite: molti bambini nascono ancora a casa, ma qui, in un raggio di chilometri molto ampio, è possibile effettuare anche cesarei. Questo porta a tanti accessi e a molte situazioni delicate».

«Ci sono tre culle termiche – una novità per loro – e reparti dedicati a bambini prematuri o con patologie alla nascita, spesso legate ad asfissia».

«Qui si fa tutto, anche attività basilari, come pulire ogni mattina assieme agli infermieri. Mantenere l’ambiente in ordine è difficile: ci sono davvero qualsiasi tipo di insetti».



Cos’è che ti ha colpito maggiormente?

«Io aiuto anche nella registrazione dei bambini, in lingua swahili, e qui alla nascita i bambini non hanno subito un nome. Inizialmente vengono identificati con quello della madre. Solo una volta tornati a casa viene scelto.

Alcuni bambini, dai 10 ai 20, poi restano ricoverati mesi, spesso insieme alle mamme. Ho cercato in questo di migliorare il follow-up dei prematuri e di rendere alcuni spazi più funzionali: abbiamo inserito giochi, schede per la valutazione dei riflessi e strumenti per migliorare e riscaldare l’ambiente. La lingua principale è lo swahili: solo un infermiere parla inglese. All’inizio non è stato semplice, ma mi sono adattata».

C’è una storia in particolare che ci può condividere?

«Nel pomeriggio lavoravo nel centro per orfani: organizziamo attività, giochi, serate film. Mi sono concentrata soprattutto sui bambini più piccoli, spesso poco stimolati. In particolare mi rimarrà impressa una bambina di 7 anni tetraplegica: ho fatto riabilitazione intensiva e adattato un passeggino per lei. Prima era sempre sdraiata, oppure utilizzava una carrozzina per adulti che però non era adatta ovviamente».

Com’è la vita in Tanzania?

«I bambini “lavorano” molto. Cucinano, lavano, vivono con poco. Spesso le case non hanno acqua corrente né piastrelle. Si mangia per terra, spesso con le mani, e girano scalzi o con ciabattine. Un po’ per cultura e un po’ per la situazione in cui vivono».



E la sicurezza di questi luoghi?

«È molto più sicuro di quanto si possa pensare. Le persone hanno tante risorse: il problema è la mancanza di formazione e di opportunità per valorizzarle. Qui, come in Kenya, si vive molto il presente. Non c’è una forte cultura della pianificazione o dell’investimento sul futuro, e questo incide sullo sviluppo».

«Nel centro stanno costruendo una mensa e l’Associazione ha aperto una scuola per infermieri: sarà fondamentale per il futuro e per rendere l’ospedale più autonomo».

«Ora mi aspetta un lungo viaggio di ritorno, ma è difficile pensare di lasciare questi luoghi e questi bambini. Anche se il tempo in Tanzania è stato breve, è un qualcosa che mi porterò per sempre dentro di me».

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