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09 Febbraio 2026 - 08:03
«Voglio tornare negli anni '90», canta uno di quei refrain che nelle ultime estati hanno avuto tanto il sapore di cliché pop. La verità è tuttavia assai più amara (o, forse, per fortuna): non torneremmo affatto a quegli anni, i tempi sono assai cambiati e gli orizzonti decisamente modificati, per quanto il gusto per il revival attraversi inesorabilmente anche questo decennio. Eppure quel suono lì, oggi, manca nelle playlist: non tanto per certe scelte stilistiche che, al contrario, sono tornate prepotentemente, quanto piuttosto per una sorta di postura. Per quanto oggi si vivano tempi carichi di apprensione, quella di fine millennio cresceva una generazione fatta di complessità scomode, lucidamente cinica e disfattista, che manifestava un’inquietudine desiderosa di urlare la voglia di un mondo nuovo. È il suono di quegli anni ‘90 che ha trovato voce in generi come il grunge e con dischi che raccontavano mondi alternativi rispetto al main stream. Una cosa simile è accaduta nell’ultimo decennio con la trap. Oggi tornare a quei suoni di 30 anni fa, non del tutto silenziati, che paiono un'onda che rifluisce – non per nostalgia, ma per necessità – ci può aiutare a capire lo smarrimento del presente, ed a testimoniare la necessità di un nuovo lessico che sappia riflettere su di sé come ha suggerito il passato.
Mentre i Marlene Kuntz annunciano un tour per i 30 anni de 'Il Vile' e i C.S.I. preparano una reunion estiva, un concerto dei Casino Royale a Saluzzo (in tour dopo l’uscita dell’ultimo album, Fumo del 2025) ha riacceso alcune riflessioni sul “ritorno di fiamma” a cui si sta assistendo degli anni '90. Ma questo revival nasconde una domanda: è nostalgia, o è la voglia di una generazione di completare un discorso interrotto? Alioscia Bisceglia, front man della band milanese, lo canta proprio aprendo il brano CR-X. Sollevata la patina di polvere da più o meno maldestre operazioni commerciali, si percepisce la presenza di qualcosa di ben più profondo.
Una generazione – di quelli nati tra la metà degli anni ‘60 e l’inizio degli ‘80 – che 30 anni fa vedeva il futuro davanti e oggi, guardandosi indietro, si interroga sulla capacità di incidere sulla storia tanto quanto aveva intenzione di fare. Se andiamo a riprendere album di quel periodo, come Sempre Più Vicini dei Casino Royale (1995), Tabula Rasa Elettrificata (anche T.R.E.) dei CSI o Il Vile (1996), che i Marlene Kuntz riporteranno in tour in primavera (sold out le date di Torino), ci raccontano di una generazione in fermento, indisposta ad accettare regole, ma che forse si perdeva in eccessive idealizzazioni e, per questo, non sempre concreta; alla ricerca di risposte nuove per sovvertire le artificiali costruzioni di una società assuefatta dal consumismo, guardava al futuro oscillando tra cinismo e una forma di spiritualità dell’essere, tangibile e pagana.
Non è un caso, viene da pensare, che il disco capace di scalare le classifiche fu proprio T.R.E. e la band di riferimento i C.S.I. che tra il 1997 ed il 1998 raggiunsero l’apice della loro carriera. E allo stesso modo viene da pensare che sia quanto meno curioso che a ridosso della ricorrenza di questo trentennale, dopo il successo della reunion dei CCCP, anche il Consorzio Suonatori Indipendenti (accomunati dalle carismatiche figure di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni) darà vita ad un nuovo tour nell’estate 2026 che alternerà date tra i festival principali dello Stivale e alcuni dei luoghi topici della carriera della band, tra cui l’apertura sulle alture di Montesole nel comune di Marzabotto, nella “nostra” Alba (anche se non più nella splendida cornice della chiesa della Città).
Ogni generazione ha le proprie esigenze. Ma in un’epoca in cui si vende musica su supporto fisico, il live è un modo per fare cassa. E se gli eventi dei fenomeni del momento possono presentare delle incognite e rivelarsi degli investimenti ad alto rischio perché manca la possibilità di investire nel medio lungo termine, con gli eventi per le fasce di mezza età non si sbaglia: i tour spesso più riusciti risultano così le reunion o quegli eventi pensati e targettizzati sulla generazione dei nati tra gli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘80. Proprio quella generazione che a fine millennio ha vissuto tra i primi scampoli di adolescenza o la fase finale della propria gioventù, una generazione avvezza alla socialità e abituata a frequentare gli spazi della musica live.
Sono molte le realtà che organizzano eventi a muoversi in questa direzione ed una di queste, da tempo, è anche la linea artistica scelta da Monfortinjazz che nell’estate 2026 proporrà come live più “trasversali” (rispetto al genere) il ritorno della coppia dei Kings Of Convenience, guarda caso nati a metà degli anni ‘70, alfieri di un rock acustico (voce e chitarra) e ambasciatori di quel pensiero “Quiet is the new Loud”, reso famoso dal loro disco di maggior successo.
Senza avere la pretesa di volersi lasciare andare in affermazioni al limite dell’arroganza e senza voler trasformare una scelta, anche strategica, del “fattore nostaglia” in una nuova “way of life”, ripartiamo da quell’invito alla riflessione, cantato dai Casino Royale: si potrebbe sostenere che rabbia giovanile, epica collettiva, ricerca di una spiritualità laica non sono reliquie da museo, ma elementi fondanti che quella generazione di giovani e adolescenti di 30 anni fa non ha ancora espresso nella sua interezza, una sorta di “rumore” di un motore che non si è mai spento e che oggi ritrova il carburante della ribalta davanti ad un pubblico non solo di nicchia.
Giocare oggi sulla diatriba che pare accendere la curiosità, e rendere più pruriginosa la questione, tra chi participerà o meno a questo o a quell’altro fenomeno di massa (dal ritorno dei Marlene con Il Vile nei club o chi al sentire i CSI a Marzabotto), non è forse la vera questione.
Guardare a queste operazioni solamente sotto la lente dell’opportunismo e del puro consumismo – sarebbe un po’ troppo banale, no? – non rende giustizia ad una forma di riappropriazione di un patrimonio assai più comune di quanto lo si possa dipingere. Al di là della patina commerciale del revival, questi eventi diventano luoghi di ritrovo per una comunità che si è dispersa nel tempo, ma che non ha sopito completamente i propri desideri: non si tratta solo di ascoltare, ma di ritrovarsi, di riconoscersi in un codice emotivo condiviso che il presente sembra aver smarrito o che nuove generazioni paiono voler declinare in altro modo.
La domanda provocatoria da farsi sarebbe se i cinquantenni di oggi fanno i conti con il proprio passato per senso di colpa verso i propri figli oppure cercano un dialogo con la generazione successiva perché ripetono quella propensione al confronto con cui sono cresciuti? E, viceversa, i giovani di oggi sentono la necessità di questo dialogo richiesto? In questa idea di confronto, più che una rabbia, si avverte una forma di frustrazione di cui la generazione dei padri sente l’effetto. E se non potrà condividerla con i figli, dovrà avere il coraggio di indirizzarla altrove. Ora la tensione ha un senso, è costruzione di un rito collettivo fuori dagli schemi, il tentativo di trasformare quel cinismo del passato in nuove domande, e dalle domande oggi in voglia di comunità. E per quanto ritorno possa avere un gusto amaro di nostalgia, mantiene quell’elettricità di un’aspirazione a cui dare risposta. Allo stesso modo gli anni ‘90 della musica alternativa italiana non ci chiedono di tornare, ma ci ricordano che la partita aperta – quella per un futuro più complesso, autentico e comunitario – è ancora in gioco. E a guardare le file fuori dai concerti c’è semplicemente bisogno per questa generazione di cinquantenni, dopo un lungo intervallo, di essere pronti a riaprire la partita e ricominciare a giocare con le stesse regole disordinate che avevano scritto da giovani.
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