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«Ma tu ci credi ai vivi?» Intervista impossibile a Dylan Dog, indagatore dell’Incubo.

Ultimo tè a Craven Road: intervista immaginaria col celeberrimo indagatore dell'incubo, in occasione dei 40 anni di Dylan Dog.

Ultimo tè a Craven Road: i 40 anni dell'Old Boy, quello vero.

LONDRA – Il campanello non urla più come una volta; sembra piuttosto un rantolo asmatico che si trascina lungo il corridoio buio. Al numero 7 di Craven Road, l’aria sa di polvere, cera per mobili e di un vago sentore indecifrabile: il profumo della paura. Ma l’uomo che mi apre la porta non è il trentatreenne cristallizzato nelle edicole.

Dylan Dog ha 73 anni. Coetaneo di Tiziano Sclavi, lo scrittore che l'ha portato sulla carta, porta i segni del tempo con un’eleganza stropicciata, la stessa della sua camicia rossa, ormai un po’ larga sulle spalle. I capelli sono una tempesta d’argento, ma lo sguardo azzurro ha mantenuto quella limpida, insopportabile capacità di guardarti dentro e trovare il mostro che nascondi sotto il cappotto.

"Accomodati. Groucho sta preparando il tè, o almeno credo stia cercando di convincere il bollitore." esordisce Dylan, facendomi strada tra pile di libri e il galeone, sorprendentemente terminato.

Si siede con una cautela che non gli conoscevamo nella sua solita posa iconica. "Allora," gli dico, "sono quarant'anni dal suo debutto pubblico." Lui risponde con un mezzo ghigno sarcastico. "Ormai sono un Old Boy nel senso letterale del termine."

Il discorso cade inevitabilmente sugli storici compagni di viaggio. "L'ispettore Bloch? Finalmente ha raggiunto la pensione vera, quella dove non ti chiamano nemmeno se trovano un cadavere senza testa davanti a Scotland Yard. Credo passi le giornate a coltivare rose e a lamentarsi dell'umidità della suburbia londinese," racconta Dylan, con una punta di affetto.

Poi, un’ombra gli attraversa il viso. "Madame Trelkovsky e il vecchio Wells... beh, loro hanno scoperto cosa c'è dall'altra parte già da un po'. Spero per loro che sia un posto meno caotico di questo. Solo Groucho è rimasto identico. Credo che le battute pessime siano un elisir di lunga vita. O forse è solo troppo assurdo per morire."

Quando provo a chiedergli cosa pensi delle ultime stagioni del suo fumetto, delle nuove gestioni e dei vari rilanci editoriali, Dylan alza una mano nodosa. "Non mi occupo di critica letteraria. Mi basta che la cronaca, ogni tanto, mi dia ragione. Ho passato anni a dire che i veri mostri siedono ai piani alti, vestiti bene. Guardate le liste di Epstein Island: vampiri veri, preda di una brama che nessun licantropo potrebbe mai eguagliare. L'élite non ha bisogno di zanne per succhiarti il sangue."

“Se proprio vuole parlare del fumetto, spero di raggiungere il numero 666," confessa, guardando fuori dalla finestra verso la nebbia londinese. "Ma non sono fiducioso. Non per me, ma per il mondo là fuori. Mi chiedono della crisi delle edicole, come se fosse il problema principale. La verità? È la crisi del mondo. Davanti all'orrore delle atomiche che tornano a brillare nei discorsi dei potenti, cosa volete che siano i miei poveri zombie? Sono creature oneste, loro: hanno fame e te lo dicono. I missili, invece, uccidono in silenzio e senza ragione."

Mi congeda con una stretta di mano ancora ferma mentre una classica freddura di Groucho che mi scorta alla porta ("Sai cosa dice un fantasma a un altro? 'Ma tu ci credi ai vivi?'").

Dylan resta lì, sulla soglia, tra le statue dei suoi mostri, un uomo che ha visto l'inferno così tante volte da averlo reso un complemento d'arredo della sua bizzarra dimora. Quarant'anni dopo, l'Indagatore dell'Incubo è solo un vecchio saggio che vorrebbe solo un po' di silenzio. Ma il campanello, puntuale, ricomincia a urlare. C'è sempre un nuovo incubo che bussa alla porta.

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