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17 Febbraio 2026 - 14:28
Il 12 febbraio 1980 Rosy Bindi assistette all’assassinio di Vittorio Bachelet
Il 12 febbraio 1980 Rosy Bindi assistette all’assassinio di Vittorio Bachelet. Questa la sua testimonianza in occasione nel centenario della nascita del giurista, a disposizione dei settimanali diocesani del Piemonte e della Valle d’Aosta, riprendendo in parte un testo comparso nel volume “Vittorio Bachelet – Gli Anni Settanta tra speranza e disillusioni”, edito dal Consiglio Superiore della Magistratura
A cent’anni dalla nascita di Vittorio Bachelet (Roma, 20 febbraio 1926) e a quasi cinquant’anni dal suo assassinio per mano delle Brigate Rosse (12 febbraio 1980) torno con la memoria al giorno della sua tragica morte. In quel terribile momento ero al suo fianco e stavamo parlando sulle scale dell’Università La Sapienza di Roma, tutto avvenne in un brevissimo istante.
Furono anni molto duri per la Facoltà di Scienze politiche. Aldo Moro e Vittorio Bachelet, entrambi docenti all’Istituto di Diritto pubblico e internazionale, esercitavano con massima assiduità la loro funzione di professori conciliandola con i loro impegni politici e istituzionali. Non certo perché allora non era obbligatoria l’aspettativa, ma perché amavano la loro professione, la ricerca, l’insegnamento, gli studenti. Tenevano lezione nella stessa aula, noi assistenti ci conoscevamo, e la presenza del maresciallo Leonardi era diventata familiare.
La tensione, il dolore, la rabbia, la paura di quegli anni ci passavano dentro, non erano solo fatti di cronaca, non erano soltanto oggetto di riflessione politica, erano la vita delle persone, toccavano le relazioni, gli affetti.
Una mattina dopo la lezione, mentre in Istituto stavamo valutando alcuni elaborati di tesi di laurea, mi feci coraggio e gli rivolsi una domanda: «Professore, perché non ha la scorta?». Dalla risposta capii che la sua vita era davvero in pericolo e che ne era pienamente consapevole. Non voleva essere scortato per non esporre la vita di altre persone. La strage del 16 marzo 1978 era stata una dimostrazione evidente dei rischi che correvano gli uomini delle scorte. Aveva come autista un agente di polizia penitenziaria, e spesso lo faceva attendere fuori dai cancelli della Sapienza per raggiungere a piedi la facoltà.
Anche quella mattina del 12 febbraio il Vicepresidente del Csm era solo. Solo con me, che ero la sua unica assistente, e con un gruppetto di studenti che, dopo aver seguito la lezione, ci seguivano a distanza sulle scale che dall’aula Aldo Moro conducevano all’Istituto dove il professore aveva il suo studio. Nell’aula magna della confinante Facoltà di Giurisprudenza era in corso una conferenza sul terrorismo con la partecipazione, tra gli altri, di Lama e Violante. I locali della nostra facoltà erano deserti. Sapemmo nei giorni seguenti che mentre il prof Bachelet teneva la sua lezione, si era sparsa la voce della presenza di una bomba e tutti erano stati invitati ad allontanarsi. Nessuno però era venuto nell’Aula Aldo Moro ad avvertire noi.
Salivamo in silenzio e dopo aver superato il pianerottolo della porta a vetri che portava all’esterno dell’edificio il professore mi chiese se potevo fermarmi per ricevere gli studenti: «Io - mi disse - quasi quasi andrei...». E in quel momento un volto di donna, che pensai fosse una studentessa, apparve alle spalle del professore che cambiò immediatamente espressione. Il suo volto mi apparve improvvisamente spaventato, terrorizzato, forse perché la donna che lo allontanò bruscamente da me, aveva già puntato la pistola alle sue spalle.
In quella frazione di attimo capii cosa stava accadendo, sperai che potesse trattarsi di una ‘gambizzazione’, anche se da tempo i brigatisti avevano abbandonato gli atti intimidatori. Sprofondai nella disperazione e nella paura quando vidi puntare le pistole al cuore e sparare, quando vidi il professore barcollare, sbattere la testa contro la parete, cadere a terra e ricevere l’ultimo colpo alla nuca. Urlai e cercai aiuto. Mi sembra ancora un tempo interminabile quello che trascorse prima che qualcuno ci raggiungesse. Poi arrivarono tutti. I colleghi della Facoltà si presero cura di me mentre continuavo a chiedere di avvertire la famiglia e soprattutto il figlio Giovanni che era negli Stati Uniti a studiare. Di lì a poco la Facoltà si riempì di studenti, di partecipanti alla conferenza del terrorismo, di forze di polizia. Di autorità. Insieme alla famiglia arrivò anche il Presidente Pertini.
Di quella mattina di sole, che sembrava anticipare la primavera romana e che improvvisamente ci fece ripiombare nel freddo grigiore dell’inverno, mi sento comunque, nel mio piccolo, testimone. E come tale sento la responsabilità di chi, avendo vissuto la stagione che va dal tragico biennio 1978-1980 fino alla liberazione a Padova del generale Dozier, ha il dovere di trasmettere alle giovani generazioni la consapevolezza che quegli anni vanno conosciuti e studiati, vanno compresi nel loro significato storico e nella loro portata anche politica. Sono un capitolo cruciale per capire quanto sia fragile e preziosa la nostra democrazia, quali pericoli ha attraversato, quali ferite ha subito e rischia ancora di subire e per coltivare la riconoscenza verso coloro che hanno dato la vita per i valori di libertà, di giustizia, di pace.
A me è stato concesso di stare accanto a Vittorio Bachelet per un breve, ultimo tratto della sua vita in ambito universitario, di impegnarmi nell’Azione cattolica di cui era stato Presidente nazionale dal 1964 al 1973, ma soprattutto di essere testimone del terribile momento della sua morte. Aveva guidato l’Azione cattolica negli anni del Concilio Vaticano II verso un rinnovamento profondo perché fosse capace, come ebbe a dire, di aiutare gli italiani ad amare di più Dio e gli uomini e si ponesse, solo con la forza del Vangelo e della carità, al servizio del Paese superando ogni schieramento di parte, come forza di riconciliazione e di unità, rispettosa del principio di laicità dello Stato. Ma è stata la sua morte a illuminare tutta la sua vita di una luce nuova.
Le vittime delle Brigate Rosse non sono mai state scelte a caso. Dopo molti anni, dopo aver compiuto un percorso di ripensamento, anche grazie all’incontro con il padre Adolfo Bachelet, il fratello gesuita del Professore, Anna Laura Braghetti scriverà nella sua biografia che uccidere il Vicepresidente del Csm fu un gioco da ragazzi, perché l’obiettivo era indifeso e il suo comportamento abitudinario. È vero. Indifeso certo, e abitudinario. A messa ogni mattina con la moglie Maria Teresa, a lezione in Università ogni lunedì, martedì e giovedì mattina. Ma davvero fu ucciso perché eliminarlo era un gioco da ragazzi?
No, io penso che come Aldo Moro, come Roberto Ruffilli, come i tanti magistrati, giornalisti, carabinieri, poliziotti, sindacalisti che caddero per mano del terrorismo, Bachelet fu ucciso perché le Brigate Rosse volevano eliminare tutti gli autentici servitori di quello Stato che nella loro follia volevano abbattere e che potevano contribuire a stabilire un legame forte, trasparente e credibile tra cittadini e istituzioni.
Gli anni che sono trascorsi da allora hanno reso evidente che le Brigate Rosse sono state anche o soprattutto lo strumento di un disegno politico non meno pericoloso delle loro farneticanti teorie sovversive che puntava a ostacolare il pieno compimento del progetto di democrazia sostanziale delineato nella nostra Costituzione.
Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro interruppero drammaticamente il processo ambizioso teso a realizzare una compiuta e matura democrazia, che il Presidente della Dc aveva individuato nella democrazia dell’alternanza. Non fu certo scelto a caso quel 16 marzo, giorno in cui si presentava alle Camere il primo governo di solidarietà nazionale sostenuto da quelle forze politiche che legittimandosi reciprocamente sarebbero poi state avversarie e in competizione tra loro. I lunghi anni che ci separano da quel mattino forse non sono stati ancora sufficienti per recuperare il ritardo che l’interruzione di quel processo ci ha fatto accumulare. E la nostra democrazia resiste, ma soffre, è forte, ma esposta a vecchie e nuove insidie. Un bene prezioso ma fragile che non dobbiamo stancarci di custodire e rafforzare.
Il 1980 era iniziato con l’assassinio, il 6 febbraio, di Piersanti Mattarella, per mano della mafia e del terrorismo nero. Il presidente della Regione Sicilia stava offrendo all’intero Paese un esempio di buona amministrazione in una regione del mezzogiorno. Per sconfiggere la mafia, voleva semplicemente una Sicilia con le carte in regola. E questo contrastava con gli interessi di Cosa Nostra e metteva in allarme chi aveva sempre prosperato grazie all’intreccio tra mafia e politica. La determinazione e il rigore di Piersanti Mattarella facevano paura a tanti.
Vittorio Bachelet era il Vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura in anni nei quali i magistrati erano tra i principali obiettivi del terrorismo, ma soprattutto il rapporto tra l’Ordine giudiziario e gli altri poteri dello Stato e la politica era percorso da forti tensioni e rischiava una rottura profonda. Con la sua particolare predisposizione al dialogo, la sua sapienza giuridica, la sua raffinata capacità politica era riuscito a tenere unito il Csm e proprio pochi giorni prima la sua morte aveva ottenuto il voto unanime su un importante documento che affrontava il rapporto tra Parlamento e magistratura in piena aderenza al dettato della nostra Carta fondamentale.
Anche questo difficile risultato faceva paura e costituiva un ostacolo a quei poteri che nell’ombra puntavano alla destabilizzazione degli equilibri della Repubblica per sospendere e alterare il sapiente disegno della nostra democrazia costituzionale.
Mi sono chiesta più volte perché fosse stato ucciso proprio all’Università e nella sua Facoltà. Perché non fu scelto un altro luogo e un altro momento, come ad esempio il mattino presto, quando ogni giorno si recava nella sua parrocchia a messa? La risposta più vera è venuta dal cardinale Carlo Maria Martini. Un anno dopo la morte, l’arcivescovo di Milano parlerà di Vittorio Bachelet come di un martire laico, assassinato non mentre proclamava la sua fede, ma mentre serviva, fedele alla Costituzione, i valori di libertà, di giustizia, di pace.
Fu ucciso nel luogo della sua professione di fede laica, che tanto amava, alla quale non aveva mai rinunciato e alla quale sperava di poter tornare presto a tempo pieno. Era onorato del servizio che stava svolgendo nelle istituzioni italiane, ma ne avvertiva anche tutta la fatica e aspettava il mese di dicembre, quando, terminando il mandato al Csm, sarebbe tornato ai suoi studi e ai suoi giovani. Gli fu impedito. Ma il suo estremo sacrificio, il suo martirio laico, ci consegna la luminosa testimonianza di un impegno che dobbiamo fare nostro per perseguire il bene comune e inverare nel tessuto vivo della società i valori di libertà, di giustizia, di pace.
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