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Coltelli a scuola, bande, ultraviolenza: davvero è tutto nuovo?

L'aumento di casi di violenza tra i giovanissimi stimola una riflessione in tutti noi. E anche la letteratura e il cinema, che hanno indagato a fondo tale tema, possono venirci in aiuto.

Il seme dell'ultraviolenza

Arancia Meccanica di Stanley Kubrick

Un coltello in uno zaino, una scuola evacuata, un adolescente che diventa improvvisamente un caso nazionale. Ogni volta la reazione è la stessa: stupore, allarme, richieste di punizione esemplare. E ogni volta la stessa domanda implicita: com’è possibile che succeda proprio oggi?


Il recente, grave caso avvenuto in un istituto professionale di La Spezia ha portato a una rinnovata riflessione sulla violenza (e sull'aumento della medesima) nelle fasce giovanili. In effetti, si è riscontrato negli ultimi anni una recrudescenza nell'uso di armi bianche, che possono produrre effetti gravissimi in modo ancor più facile. Le soluzioni proposte vedono da un lato un inasprimento delle pene, con maggiori responsabilità penali, e l'uso dei metal detector nelle scuole, da definire con più precisione, e dall'altro una maggiore attenzione all'educazione alla non-violenza, da declinare in modo non tanto e non solo teorico ma con riferimento ai concreti conflitti possibili. Due strade che, probabilmente, al di là del legittimo dibattito, vanno integrate e non si escludono a vicenda.

Tuttavia, la letteratura e il cinema ci soccorrono nell'evidenziare come si tratti di fenomeni tutt'altro che recenti, forse oggi esasperati anche dalla percezione dei social. "Cuore" del torinese Edmondo De Amicis, negli anni '80 dell'Ottocento, ci parlava del sistema scolastico di una Italia appena unificata, che vedeva una figura come quella di Franti (poi rivalutata ironicamente da Umberto Eco) concludere la sua parabola nel romanzo usando un coltello in una rissa contro Stardi, per poi essere espulso definitivamente dalla scuola.

I ragazzi della via Pál dell'ungherese Ferenc Molnár, nel 1907, ci mostra addirittura già il tema dello scontro tra bande, con i ragazzi della via Pal in conflitto con una altra gang, più selvaggia e crudele, che vuole prendere il loro luogo di ritrovo. Il conflitto, in questo caso, non è descritto con esecrazione, ma in fondo come una educativa preparazione alla guerra. Le due bande si combattono senza esclusione di colpi (e alla fine il povero Nemecsek morirà per la sua fedeltà alla banda, in un sacrificio visto però qui come nobile) ma con una certa correttezza cavalleresca, una cavalleria rusticana-urbana guardata con approvazione. Anche in De Amicis, in fondo, è condannata la violenza disordinata di Franti, ma i mutilati di guerra che sfilano orgogliosi di essersi fatti massacrare per i Savoia (che Franti, vile, deride) hanno compiuto nell'opera il loro alto dovere.

Nel 1954 Blackboard Jungle di Evan Hunter (poi, come Ed McBain, creatore del genere "police procedural") descrive con aspro verismo la realtà di una scuola professionale americana dell'epoca, dove il docente giovane ed entusiasta si scontra con l'ultraviolenza serpeggiante ai margini della società americana. Anche qui non mancano violenze di ogni tipo, fino allo scontro finale dove è il professore a rischiare di essere accoltellato. Il bullo in questo caso viene, dopo alcune esitazioni, fermato dai compagni e il finale non è del tutto tragico, ma nel complesso resta pessimistico.

C'è anche già il tema di una alta dirigenza lontana dalla trincea scolastica (la "giungla di lavagna") che però interviene severamente al minimo sospetto di assenza di politicamente corretto da parte dei docenti. L'opera avrà un enorme successo, inaugurando quasi un genere soprattutto filmico della "scuola difficile", a partire dalla sua trasposizione al cinema nel 1955, con "Rock around the clock" dei Comets a lanciare il rock come colonna sonora della "gioventù bruciata" dei '50.

L'elaborazione definitiva è forse quella di Anthony Burgess (1962) e poi al cinema di Kubrick con Arancia Meccanica (1975). L'elemento inquietante di quest'opera, che proietta l'ultraviolenza nel futuro, è mostrare in modo inquietante l'inutilità dell'uso della cultura per redimere i violenti (Alex, il protagonista, è un mostro nichilista, ma apprezza con raffinatezza la musica classica e perfino, sotto un profilo estetico, la Bibbia), ma anche la velleitarietà dei sistemi di controllo tecnologico repressivi (la Cura Ludovico si rivela un fallimento).

Naturalmente, il pessimismo di questa distopia fantascientifica deve essere visto come un monito a diffidare delle semplificazioni e non un invito alla resa: ma certo il mondo ultratecnologico e nichilistico di quella Londra futuribile è molto simile al nostro. Il dovere è quello di unire al pessimismo della ragione l'ottimismo della volontà, come voleva Gramsci, e cercare insieme il modo di risolvere le sfide complesse che ci si parano davanti. Ma, certo, richiamando un altro Kubrick, viene in mente anche l'incipit di "2001 Odissea nello spazio", dove la clava d'osso del primo primate diviene, in dissolvenza, l'astronave che vola nello spazio. Il mistero della violenza, qualunque lettura se ne voglia dare, sembra destinato a restare per sempre con noi.

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