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Sembra un film sui gangster... e invece è una storia vera di ping pong

La vita della leggenda americana del tennis tavolo in "Marty Supreme" un film in profumo di Oscar.

Ping pong e vita spericolata
Guardando Marty Supreme, il racconto di una porzione di vita del talentuoso giocatore di tennis tavolo Marty Reisman, verrebbe da pensare di assistere a un falso biopic. Rapine ed estorsioni, inseguimenti e truffe, fughe a perdifiato, tresche con ex dive del cinema, affari con personaggi loschi e con magnati, e un atleta con ambizioni smisurate disposto a tutto per ottenerle. Persino ad esibirsi in tournée in giro per il mondo presentando in giro per il mondo uno show di ping pong clownesco, per raccattare i soldi necessari per iscriversi ai tornei internazionali, lasciando sola la fidanzata in dolce attesa, e quando non basta recuperandoli in maniera meno legale. Sembra di assistere a un biopic su 2Pac e Notorius B.I.G. piuttosto che a uno su un interprete di uno sport fatto di disciplina e concentrazione, eppure spulciando la biografia di Marty Reisman scopriamo che è quanto raccontato è praticamente tutto vero.
Personaggio molto popolare negli Stati Uniti dagli anni '50, capace di muovere la pallina velocemente quanto la sua lingua diviene icona di uno sport fermo alle sue regole ed etichette. Marty è un pesce fuor d'acqua in quell'ambiente, troppo egocentrico per limitarsi a giocare con delle palline bianche, (tanto da volerne lanciare una sua linea con set colorati) e infatti ci rimane il meno possibile: il tempo di giocare e polemizzare con gli organizzatori dei tornei. Sicuramente un tipo all'avanguardia: sarebbe un ottimo manager di vendite per il negozio di scarpe dove lavora, ma punta più in alto, il vertice, non solo nel mondo dello sport, e persino il tennis tavolo, a un certo punto, passa in secondo piano. Il regista Josh Safdie dà alla vicenda uno stile molto particolare, sembra un film sui Gangsta ma assomiglia molto anche al "Grande Lebowski" e a "Prova a prendermi": è una storia ambientata negli '50 ma con una soundtrack anni '80, e montata come un poliziottesco anni '70. Qualcosa di molto particolare per descrivere le follie di Marty, in fuga dalle responsabilità e con le idee molto chiare ma non con un piano ben preciso. Un bugiardo patentato che ritorna sui suoi passi, sembra pianificare tutto e poi improvvisa. Un po' come il tennis tavolo, dove lo schema di gioco che ogni giocatore professionista si impone di eseguire, cede quando lo scambio va per le lunghe e bisogna inventarsi qualcosa sul momento per vincere il punto. Marty è fuori dagli schemi, è un potenziale campione del mondo che si finge giocatore alle prime armi nelle bische dei bar, per truffare gli avversari e portarsi a casa i soldi delle scommesse. Per orgoglio si rifiuta di perdere nelle partite di esibizione per poi tornare strisciando da chi gli aveva offerto il contratto. Denigra le tournée mondiali degli "Harlem Globetrotters" perché ritiene il loro spettacolo umiliante per uno sportivo, salvo poi trovarlo ai quattro angoli del mondo come evento spalla proprio alle partite dei famosi cestisti: giocando con padelle al posto delle racchette e con foche come avversari. In fin dei conti è uno che combatte il sistema, un anticonformista che cerca di cambiare le regole del gioco, l'atleta artista che emerge sull'atleta "macchina". Su se stesso scrisse che i bravi giocatori di ping pong devono essere "giocatori d'azzardo e contrabbandieri": possiamo dire di lui che ha rispettato in pieno queste prerogative.
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