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28 Gennaio 2026 - 09:05
Davvero preziose ed interpellanti le parole dell’apostolo Paolo “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito, come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Ef 4/4), su cui si è concentrata la preghiera fraterna in questa Settimana ecumenica conclusa con la celebrazione per l’unità dei cristiani in cattedrale a Piazza, cui hanno partecipato il vescovo mons. Egidio Miragoli, il pastore della Chiesa evangelica di Mondovì Stefano Fontana, p. Marian Costea della parrocchia ortodossa di San Giovanni in Suceava di Mondovì, p. Nicola Puscasu della parrocchia ortodossa rumena di S. Giacomo di Putna di Mondovì/Fossano. Ha coordinato i vari momenti don Egidio Motta della Commissione per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso in diocesi, che ha sottolineato il ruolo della Chiesa Apostolica Armena (tra le comunità cristiane più antiche storicamente), cui è stato affidato il compito di predisporre i sussidi per la Settimana ecumenica, anche raccogliendo la responsabilità della pace siglata di recente con l’Azerbaigian.
di mons. EGIDIO MIRAGOLI
Abbiamo celebrato i 1700 anni di un importante evento per il cristianesimo: il Concilio ecumenico di Nicea (325). In quell’occasione si affrontò una crisi della fede sorta con la controversia tra il Patriarca di Alessandria e il suo prete Ario. Quest’ultimo sosteneva che Gesù fosse solo una creatura “fuori serie”, un Dio di secondo grado, il primogenito della creazione, ma non il Figlio del Padre, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, uguale a Lui. La minaccia toccava il cuore stesso della fede cristiana: Gesù non è solo un uomo esemplare o un saggio religioso, ma Dio stesso. Forse, al di là delle differenze che sussistono tra le nostre confessioni cristiane, non è questo il pericolo più grande? Fare del cristianesimo una religione che insegna solamente l’amore al prossimo e la cura della casa comune, faticando a radicarla nella storia di Gesù che ci mette in comunione con Dio Padre e ci dona lo Spirito Santo? Non rischiamo di perdere l’unica differenza che dovremmo conservare: la differenza cristiana?
Il tema della celebrazione ecumenica che stiamo vivendo, Luce da Luce per la Luce, si ispira proprio al carattere riferito a Cristo così come affermato dal Credo niceno-costantinopolitano. Gesù Cristo non è solo un’irradiazione di Dio, un raggio della luce di Dio, un’emanazione di Dio, ma è Luce da Luce, Dio vero da Dio vero. Egli stesso, nel Vangelo che abbiamo appena proclamato, dice, a proposito di se stesso: «Ancora per poco la luce è fra voi. Mentre avete la luce, credete nella luce». Ed è alla luce di questa rivelazione che tra poco insieme, al di là delle nostre divergenze e diversità, proclameremo insieme il simbolo della fede, il Credo niceno-costantinopolitano, la carta di identità, il segno di riconoscimento tra i fedeli cristiani.
Vogliamo riaffermare insieme la divinità di Gesù Cristo e chiedere a Lui di diventare “figli della luce” e proseguire nel cammino ecumenico per favorire l’unità dei cristiani. Come? Al di là degli intenti restano sempre difficili o controverse le strade. Mi piace quindi concludere con le parole del grande teologo U.H. Von Balthasar: “Una reale unificazione delle Confessioni può avvenire solo a partire dal nucleo della fede. Se questo nucleo è assicurato da ambo le parti incrollabilmente, allora pure gli strati sovrapposti possono raccogliersi attorno ad esso, e si può tendere all’unificazione anche in questi strati esterni. La via opposta: unificazione su questioni relative e secondarie mettendo fra parentesi la questione primaria, è assolutamente impercorribile”. Il Signore ci aiuti a convergere tutti e sempre su quel nucleo che è il “Figlio innalzato”, che attira tutti a sé.
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