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Il figlio prende un'insufficienza a scuola e la madre minaccia i prof: condannata

L'episodio avvenuto in un Liceo e risale a diversi anni fa

Il figlio prende un'insufficienza a scuola e la madre minaccia i prof: condannata

«Non raccontiamo questo episodio al fine di suscitare "solidarietà a buon mercato". ma perché siamo certi che altri insegnanti, di altre scuole, hanno subito prevaricazioni e umiliazioni simili, ed anche ben più gravi». Lo scrivono due ex docenti di una Scuola superiore - che chiedono di mantenere l'anonimato - a valle di una vicenda, che ormai risale ad anni fa ma che si è conclusa solamente ora, dopo una trafila processuale.

Tutto comincia con un'interrogazione. Un alunno che prende un voto: un'insufficienza. Quel che accade in seguito, però, va molto oltre ciò che i si può immaginare: finisce a processo, con una condanna penale per minacce e molestie.

La vicenda accade alcuni fa in un Liceo. E i due docenti, all'epoca dei fatti, non erano solo colleghi: sono (tutt'ora) anche marito e moglie, hanno insegnato per anni nel medesimo Istituto. Oggi sono assistiti dall'avvocato Enrico Martinetti di Mondovì raccontano questo episodio che, come detto, risale ormai a svariati anni fa.

Il voto e la reazione

Il caso, di per sé, è quanto di più comune si possa immaginare: stando a quanto scrivono i due docenti in una lettera che riassume l'intera questione, l'alunno aveva un percorso scolastico "fra alti e bassi", risultati mediocri «a fronte di un impegno inadeguato». 

Il giorno della "famigerata interrogazione", che succede? L'alunno torna a casa, la famiglia vede il voto.... e cosa la fa la madre? «Anziché interrogarsi sulla preparazione dello studente - raccontano i due prof - ha deciso di individuare "di default" nella docente la responsabile dell’accaduto».

Tuttavia, la donna non si è limitata a un confronto, a una richiesta di chiarimenti, magari a una lamentela formale con il docente o con l'Istituto. Ha cercato e trovato il numero di telefono privato dell'insegnante. E ha iniziato a chiamare la docente, in modo anonimo, per riversare insulti, offese personali e minacce, verso di lei e verso il marito.

«Il mondo della scuola è cambiato - scrivono i due -. Il cambiamento, in sé, non è un problema: ogni epoca ha le proprie trasformazioni e la Scuola, da sempre, è chiamata ad accompagnarle, interpretarle, governarle. Ciò che invece colpisce, e ferisce profondamente, è il modo in cui è mutato lo sguardo di una parte dell’opinione pubblica – e in particolare di alcuni genitori – nei confronti degli insegnanti. Non più figure autorevoli, da rispettare anche quando si è in disaccordo, ma soggetti da controllare, contestare e, talvolta, aggredire, come se fossero i responsabili diretti di ogni difficoltà o insuccesso scolastico dei figli».

Le minacce anonime e il processo

I due insegnanti si sono rivolti alle Forze dell'ordine: la telefonata era anonima, ma l'esame dei tabulati telefonici ha consentito di individuare la fonte. Alla fine del processo, con sentenza di primo grado, la madre dell'alunno è stata  condannata dal Tribunale per i reati di minaccia e di molestia a tre mesi di arresto, al pagamento delle spese processuali e  al risarcimento dei danni.

Il Tribunale ha anche disposto la sospensione condizionale della pena subordinandola al pagamento della provvisionale da parte della condannata. La condannata ha poi fatto ricorso in Appello: ma la Corte d’Appello ha dichiarato inammissibile il ricorso, disponendo l’esecuzione della sentenza impugnata, negando alla madre condannata financo la magra soddisfazione di provare a convincere i giudici di secondo grado che il figlio è vittima della Scuola e lei vittima della Giustizia.

Ora la donna, condannata, dovrà scontare effettivamente la pena: anche potrà certamente chiedere una misura alternativa, come l’effettuazione di lavori socialmente utili per la comunità.

La riflessione dei due docenti

«Non raccontiamo questo episodio al fine di suscitare per noi partecipazione emotiva o spirito di solidarietà a buon mercato - scrivono i due docenti -, e nemmeno per indurre riprovazione fine a sé stessa per la condotta della madre dello studente. Siamo certi che altri insegnanti, di altre scuole, hanno subito prevaricazioni e umiliazioni simili, ed anche ben più gravi. Basta leggere i fatti di cronaca sui quotidiani. Riportiamo al disonore della cronaca la vicenda perché è il sintomo di un disagio sociale diffuso, più ampio e profondo, che investe il mondo della Scuola ma non solo, e che merita una riflessione,  da parte degli “addetti ai lavori”, dei dirigenti, delle famiglie e degli studenti stessi, m anche da parte della società civile in generale. Sempre più spesso gli insegnanti vengono delegittimati, messi sotto accusa, esposti a pressioni indebite e ad aggressioni verbali che nulla hanno a che vedere con il diritto di critica o con il confronto educativo. Genitori iperprotettivi, incapaci di accettare una valutazione negativa, trasformano il legittimo dissenso in un attacco personale. Così l’insegnante diventa il nemico, anziché l’alleato nel percorso di crescita dei ragazzi. Ne risente anche il messaggio trasmesso agli studenti. Si dimentica troppo spesso che la valutazione scolastica non è un giudizio sulla persona, ma uno strumento educativo essenziale: serve a orientare, correggere, stimolare, aiutare a crescere. Delegittimare l’insegnante significa svuotare di senso questo strumento e compromettere l’intero processo formativo. Difendere il rispetto verso gli insegnanti significa difendere la Scuola come presidio di cultura, di formazione dei cittadini di domani, di legalità e di democrazia. Significa affermare che il confronto è sempre legittimo, mentre l’insulto e la minaccia non lo sono mai; che il dissenso è parte dell’educazione, mentre la violenza verbale e viepiù fisica ne rappresenta la negazione. Il rispetto del ruolo dell’insegnante, e prima ancora della sua persona, non è un privilegio concesso a chi lo merita: è il presupposto, la base indispensabile di ogni comunità educante e la precondizione senza la quale la Scuola non può svolgere la propria funzione a servizio della società, nel presente e per il futuro».

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