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06 Febbraio 2026 - 08:36
Quasi un adulto su due manifesta esitazione verso le vaccinazioni. È il dato che emerge da una delle più ampie indagini mai condotte in Italia sul tema, coordinata dal Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche dell’Università di Torino e pubblicata su The Lancet Regional Health – Europe. Lo studio restituisce una fotografia aggiornata e dettagliata del fenomeno, evidenziando che l’esitazione vaccinale non è un blocco unico, ma una realtà eterogenea, influenzata da fattori sociali, culturali e di fiducia.
La ricerca si basa sulla INF-ACT Vaccine Hesitancy Survey: un’indagine trasversale condotta tra settembre 2024 e marzo 2025 tramite interviste web e telefoniche. Il campione comprende 52.094 adulti residenti in tutta Italia, selezionati per essere rappresentativi per età, genere, istruzione, area geografica e dimensione del comune di residenza. L’obiettivo è identificare i sottogruppi più esposti all’esitazione e offrire indicazioni utili per politiche di prevenzione più efficaci.
Secondo i ricercatori, l’esitazione vaccinale è legata a molte variabili: caratteristiche demografiche e sociali, esperienze personali, orientamento politico e religioso, ma soprattutto fiducia nelle istituzioni e nel sistema sanitario. Lo studio evidenzia anche differenze significative rispetto a genere, identità sessuale ed etnia, aspetti raramente analizzati in modo approfondito nelle ricerche italiane precedenti.
Per il professor Fabrizio Bert (UniTo), oggi l’esitazione dipende meno dalla paura della sicurezza dei vaccini e più dalla difficoltà di comunicare in modo efficace il valore della vaccinazione. Tra gli elementi centrali spicca il ruolo delle figure di riferimento nella comunità: l’esitazione risulta più alta dove le persone non percepiscono un sostegno chiaro da parte di operatori sanitari, insegnanti o leader religiosi.

Gli autori suggeriscono di ripensare le strategie di sanità pubblica, andando oltre i soli contesti sanitari tradizionali. Servono messaggi più mirati per i diversi gruppi della popolazione, un lavoro per ridurre la sfiducia istituzionale attraverso reti comunitarie e “figure di prossimità”, e un rafforzamento di accessibilità e qualità dei servizi. Tra le priorità indicate: ricostruire fiducia e puntare su una comunicazione depoliticizzata e basata su evidenze scientifiche.
Il lavoro è coordinato dall’Università di Torino con la dott.ssa Giuseppina Lo Moro, il prof. Fabrizio Bert e la prof.ssa Roberta Siliquini (principal investigator). Hanno collaborato anche le università di Roma La Sapienza, Pavia, Cagliari e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.
La ricerca rientra nel progetto nazionale INF-ACT, finanziato da NextGenerationEU nell’ambito del PNRR del Ministero dell’Università e della Ricerca, dedicato a rispondere ai bisogni legati alle malattie infettive emergenti.
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