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09 Febbraio 2026 - 10:34
Si può discutere sul fatto che un album vincente non sempre diventa un album “fondamentale” nella lunga storia della musica. Va tuttavia riconosciuto che la scelta di premiare Debi Tirar Más Fotos di Bad Bunny come “Album of the Year” (2025) negli ultimi Grammy tenutisi a febbraio non rappresenta solo una scelta artistica da parte dell’Academy, ma una vera e propria mossa strategica.
Una mossa possibile solo perché Bad Bunny non è un semplice fenomeno da streaming: è l’incarnazione perfetta del nuovo paradigma. Artista portoricano, ha costruito la sua fama fondendo trap, rock e ritmi caraibici come la salsa, sfidando con la sua estetica fluida le norme di genere. È, a tutti gli effetti, un aggregatore culturale globale. Per questo, il suo trionfo rappresenta una controtendenza rispetto ad una cultura pop anglocentrica e, se non è stata un’azione progressista, ha rappresentato una strategia mirata per conquistare rilevanza presso il pubblico che oggi detta le regole del mercato: i giovani digitali e globali.
Va però detto che Bad Bunny rappresenta a tutti gli effetti un artista dalle grandi qualità di aggregatore culturale visto che già prima di quest’ultimo disco di successo ha saputo fondere generi attuali come la trap con il rock, il pop e generi decisamente più tradizionali come i ritmi caraibici, in una azione di sperimentazione che sfida i codici dei generi, nei loro tradizionali stilemi. E questo spiega meglio il suo appeal trasversale e il suo status di fenomeno sui generis.
Come già aveva dimostrato pochi anni fa il successo di Rosalía, capace di imporsi al grande pubblico con un disco particolarmente ambizioso come Motomami (sarà un caso che anche qui si parla lingua ispanica?), sembra che la vittoria di Debi Tirar Más Fotos rilevi un altro cortocircuito globale. Il disco dell’artista di Porto Rico non è nulla di più nulla di meno che un disco Reggaetòn dove Bomba, Plena e Jíbara (le tre principali espressioni artistiche di musica e ballo dell’isola caraibica) si fondono con le sonorità più moderne. Oggi però sembrerebbe che più un disco sia profondamente radicato ad una cultura e ad un linguaggio, e più questo abbia le potenzialità per diventare messaggio universale. Qualcosa che era capitato a cavallo tra i due millenni al solo Manu Chao, ma che veniva ancora confinato ad un mondo più ridotto e limitato della musica alternativa, e che oggi in un mondo globalizzato – al contrario – diventa a tutti gli effetti un megafono di popolarità. Un po’ come capitato anche al fenomeno del K-pop (la musica che arriva dall’estremo oriente, e dalla Korea), ma con un elemento ancora più dirompente: Debi Tirar Más Fotos non ha avuto bisogno di americanizzarsi per vincere. Al contrario nella sua duplicità di essere un disco di genere che diventa globale viene percepito come maggiormente autentico (soprattutto nelle masse giovanili) e nel suo essere un sound ibrido non ha bisogno di compromessi per conquistare. E l’operazione del “Coniglio Dispettoso” raggiunge l’apice con un “colpo di teatro”: non è il mondo latino (e non anglofono) ad adattarsi agli stereotipi canonici della “cultura bianca”, ma al contrario è il centro (i Grammy, il mainstream) che si sposta per inglobare e celebrare la periferia, riconoscendone la forza trainante. E questo elemento è talmente dirompente che non tutti ne riescono a cogliere la forza e anche la politica, che spesso cavalca le mode del momento, fatica a trovare un modo per salire sul cavallo vincente; con buona pace per lo stesso presidente degli USA che sceglie di non citare neanche l’artista portoricano nelle dichiarazioni date alla stampa circa la sua assenza in occasione del prossimo Superbowl 2026. La percezione di due generazioni che non solo hanno poco a ché dirsi l’una con l’altra, ma che rendono l’ottuagenario Donald Trump, impreparato e incapace di rapportarsi con questo nuovo mondo che avanza.
Questa storia infine ci racconta un altro aspetto che non è da sottovalutare. E per quanto il presidente Trump possa non capire dove si muova il mondo che guarda al global, fa sentire un po’ tutti quelli nati prima del 1999 dei matusalemme. L’esperienza di Bad Bunny e la capacità di raggiungere soprattutto gli under 25 ci racconta come il mainstream, come lo conoscevamo fino a pochi anni fa (identifichiamo per comodità una data che potrebbe essere quella del pre-covid, 2020), è oggi assai diverso: non si è più davanti ad una scena globale monolitica, in cui la TOP20 veniva conosciuta da più o meno tutti, e gli artisti presenti erano riconosciuti sia da chi ascoltava le radio “generaliste” sia da chi frequentava ambienti più di nicchia. Oggi siamo nel mondo del multiverso, in cui si assiste a una varietà di mainstream diversi, talvolta anche paralleli e che difficilmente si toccano.
Da una parte assistiamo a un mondo fatto dagli under 25, che è fluido, guidato spesso da logiche di algoritmi (come quelli determinati da Spotify e TikTok) che è però molto transculturale, dove un Bad Bunny può coesistere tranquillamente con il K-pop o l’hyperpop. Talvolta questo mondo va in contatto con le generazioni successive ma difficilmente poi un cinquantenne (a meno che non sia un Presidente della Repubblica molto “giovane” come quello raccontato da Sorrentino nel suo film, La Grazia) ascolta questi generi in modo continuativo. Il mondo più “adulto” resta legato a format più tradizionali (TV e Radio) e generi come il rock o il pop più tradizionale. I Grammy 2026 hanno raccontato un po’ questo scontro che potremmo definire (da capire se in modo improprio) “generazionale”: da un lato il trionfo di Bad Bunny dall'altro le vittorie più “convenzionali” che hanno rassicurato il pubblico più anziano. E la serata stessa è diventata un po’ una metafora di questa frattura, specie per i commenti che l’hanno caratterizzata successivamente. Un altro aspetto interessante collegandoci a quanto scritto sopra è chiedersi quanto questi fenomeni riusciranno ad imporsi nel percorso storico della musica: se 40 anni fa il vincitore di Grammy veniva decretato in via esclusiva da parte della critica, delle case discografiche e dagli “esperti” del settore – una sorta di “elite aristocratica” che decretava ciò che doveva fare tendenza – oggi non è chiaro quanto questi fenomeni siano figli di un reale successo interno alla società e quanto dettato dalla viralità di algoritmi e di engagement sui social che inevitabilmente condiziona anche la critica.
Porsi questa domanda, tuttavia, rischia di essere un esercizio sterile. Il risultato finale (ciò che conta) è un dato di fatto: l'immagine di Bad Bunny con il grammofono in mano racconta tutto. Ma quel trofeo assegnato all’artista portoricano per il suo album rappresenta anche un passaggio di consegne: un nuovo baricentro in cui non esiste più un’unica lingua attorno a cui riconoscersi, dove le nicchie possono diventare generi globali ed il potere commerciale perso nell’intangibilità della nuova fruizione. E questa sensazione di non avere più un registro, non è un difetto di chi ascolta, ma il sintomo di un mondo musicale che si è definitivamente e irreversibilmente frammentato.
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