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18 Febbraio 2026 - 08:29
A Torino il Prefetto ha ordinato il sequestro della rivista politica Rivoluzione liberale diretta da Piero Gobetti. Questa nota lapidaria è inserita in “Notiziario”, una serie di brevissime news nazionali e internazionali dell'Unione Monregalese del 14 giugno 1924.
Si tratta dell'unica menzione che il giornale fa di Gobetti durante l'arco della vita dell'intellettuale torinese. Curiosamente, nella stessa pagina si parla della cittadinanza onoraria concessa da Monesiglio a Benito Mussolini, sulla scia di quanto stava avvenendo in tutta Italia negli anni del nascente consenso al regime.
Ma chi era Piero Gobetti? È una figura indubbiamente centrale ma oggi forse poco nota della resistenza al regime. Nato a Torino nel 1901 in una famiglia di piccoli commercianti (i genitori avevano una drogheria), frequenta il ginnasio Balbo, il liceo Gioberti, dove conosce la futura moglie Ada che collaborerà alle sue riviste.
Volontario nel 1918, appena maggiorenne, a guerra conclusa frequenta giurisprudenza a Torino, dove è allievo tra gli altri di Luigi Einaudi, da cui matura una visione liberale; il suo iniziale modello politico è Gaetano Salvemini. Gobetti crea una prima rivista, Energie Nove, e polemizza inizialmente con l'Ordine Nuovo di Gramsci (e Togliatti), di visione comunista, con cui comunque ha un rapporto di stima reciproca; nel 1920 inizierà a collaborare con la rivista gramsciana per le pagine di teatro e letteratura.
Nel 1922 si laurea con una tesi sulla filosofia politica di Vittorio Alfieri, proprio mentre in Italia si consuma l'ascesa al potere del regime fascista. In quest'anno fonda la sua rivista principale, La rivoluzione liberale, in cui riprende gli ideali risorgimentali e liberali, aggiornandoli e usandoli come chiave di analisi del movimento marxista e di quello fascista.
Nel 1923 si sposa e apre in casa la sua casa editrice, che pubblicherà in pochi anni oltre cento titoli, diffondendo in Italia classici liberali come John Stuart Mill, ma anche le opere di Luigi Einaudi e, sotto il profilo letterario, una scoperta enorme come “Gli ossi di seppia” di Eugenio Montale (1925).
Nel 1924 pubblica un opuscolo, Matteotti, sull'omicidio politico che segna il passaggio al pieno totalitarismo: i suoi volumi sono spesso distrutti e dati alle fiamme dai fascisti, contro cui è sempre più intransigente. Proprio i pezzi della rivista contro Dumini, fascista e principale esecutore materiale del delitto Matteotti, portano al sequestro prefettizio della rivista.
Aggredito più volte dai fascisti, si decide nel 1926 a lasciare il paese per la Francia per continuare a Parigi la sua azione antifascista. Alla stazione di Genova viene a salutarlo Montale. Muore poco dopo a Parigi, anche per problemi cardiaci congeniti probabilmente aggravati dai pestaggi subiti dagli squadristi. Ha solo 25 anni.
Sempre nel 1926, mentre le Leggi Fascistissime cementano il regime, anche Gramsci finirà in regime carcerario, da cui uscirà solo nel 1937, ormai in punto di morte. Colpisce come, in un arco di vita brevissimo, il giovane Gobetti sia riuscito a incidere così tanto sulla storia e sulla cultura, divenendo il modello di una resistenza liberale che, alla fine, assieme ad altre componenti, riuscirà a far cadere il regime, come da lui auspicato in “Elogio della ghigliottina”.
I totalitarismi possono eliminare gli uomini, ma le idee, come ricorda Alan Moore, sono a prova di proiettile.
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