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19 Febbraio 2026 - 10:49
Sul terribile incidente di ieri, mercoledì 18 febbraio, sulla Statale 28, dove ha perso la vita un giovane ragazzo di 19 anni e un altro giovane è in gravi condizioni, interviene la consigliera regionale di AVS, Giulia Marro, denunciando l'accoglienza ai margini, la scarsa sicurezza stradale e chiedendo responsabilità condivisa.
«Ieri, mercoledì 18 febbraio, lungo la Statale 28 tra Ceva e Lesegno, un ragazzo di 19 anni di nazionalità bengalese è stato investito e ucciso e un suo amico è rimasto gravemente ferito – scrive la consigliera regionale AVS, Giulia Marro –. Oggi sto leggendo diverse riflessioni e dichiarazioni a riguardo. Inviti soprattutto a fare più educazione stradale, anche nei Centri di accoglienza, visto che i due ragazzi stavano percorrendo a piedi il tragitto tra la città e il centro in cui erano ospitati. Verissimo: è importante che tutti conoscano le regole e abbiano gli strumenti per muoversi in sicurezza. Ho letto però anche inviti ad evitare di percorrere le strade extraurbane a piedi o in bici se non indispensabile».
«Ma sapete chi, molto spesso, non può evitare di percorrerle? – si chiede la Marro – Chi vive nei Centri di accoglienza in periferia. Ed è proprio lì che si trovano la maggior parte di queste strutture: fuori dalle città, nei grandi edifici disponibili, lontano dagli sguardi e dalle proteste. Non è un caso che quasi ogni volta che si propone di aprire un centro all’interno dei confini di una città scoppino polemiche. Li vogliamo lontani, dove non si vedono. Poi, se vengono investiti, la responsabilità è anche loro. E dove va la maggior parte di queste persone che si sposta a piedi o in bici su quelle strade? A lavorare. Nelle fabbriche, nei campi, nei supermercati. Escono all’alba, quando è ancora buio, e tornano la sera, quando è di nuovo buio. Tutto questo lo consideriamo normale. Un esercito silenzioso di persone che accettiamo a patto che resti invisibile. Così invisibile che, se vengono investite, la colpa è anche loro perché non avevano le luci, perché non indossavano il giubbotto catarifrangente».
«La responsabilità deve essere condivisa. È vero – conclude –. Ma dovrebbe esserlo sempre, anche quando si tratta di ripensare un modello di accoglienza e di migrazione che oggi conviene a tutti, tranne che a chi emigra, senza cadere nella narrazione che li vuole causa di tutti i nostri mali. Sono vicina alla comunità cebana che sta vivendo questo momento difficile e doloroso. Ma invito anche a cogliere questa occasione per ragionare su quali siano le reali e più profonde cause di questa tragedia. Per il bene anche di chi per lavorare guida un furgone e non si sposta a piedi o in bici, ma che da ora in avanti dovrà convivere con questo terribile rimorso».
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