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Il Carlevè e la "blackface": no, la maschera del "Moro" non può essere accusata di razzismo

Torna il tema del trucco: «Si potrebbe fare in altro modo?». Ma la maschera non ha nulla a che vedere col razzismo

Il Carlevè e la "blackface": il trucco del "Moro" non è razzista

Diciamolo subito, per evitare ogni fraintendimento possibile: no, la maschera del “Moro” di Mondovì non è una maschera razzista. E ripetiamolo, che non si sa mai: no, la maschera del “Moro” di Mondovì non è una maschera razzista.

Pochi giorni fa, su Instagram e su Tik Tok il fotografo e content creator Aldo Giarelli ha pubblicato ben due video sul tema del “Moro” di Mondovì chiedendosi (e chiedendo ai suoi follower) se sia un caso di “blackface”. Ovvero, uno di quei casi in cui possa essere considerato offensivo che una persona dalla pelle chiara si trucca per simulare, appunto, l’aspetto di una persona dalla pelle scura.

È ovvio che il tema, per i monregalesi, sia quasi intoccabile. Sintetizzando, qual è il discorso di Giarelli? Questo: partendo dal fatto che la maschera del “Moro” non ha alcun intento razzista né denigratorio, ma che – anzi – è un personaggio positivo ed eroico, Giarelli si chiede se sia necessario il trucco scuro. «Suggerisco al Comune di Mondovì – dice, nel secondo video – di mantenere la maschera, ma scegliere dei tratti che non dipendano dal colore della pelle: si mantenga il costume, la figura, tutto il resto, ma non la pelle colorata». Un “Moro”... chiaro.

Il video è stato commentato anche da Sambu Buffa, digital creator che fra l’altro era a Mondovì proprio pochi giorni fa: «Il simbolismo come questo, celebrativo o meno, non è neutro. Anche se il Moro viene “celebrato” e non denigrato, colorare la faccia diventa un gesto superficiale. Per rievocare una figura bastano i vestiti e il nome, senza colorare la faccia di una persona bianca».

Gli utenti, su Tik Tok, hanno “difeso” il “Moro”. E il discorso è difficile, spinoso. Da un lato, è vero che la “blackface” è qualcosa che si è spesso accompagnata a vere e proprie forme di rappresentazione razziste, offensive. Dall’altro, accostare la maschera del Carnevale al razzismo, è ingiusto… e suscita un vespaio.

Da parte nostra, ci permettiamo di aggiungere una cosanon solo “a difesa” del Moro, ma del Carnevale in generale. C’è un elemento che marca la distanza da una “rappresentazione” e una “maschera”: ed è proprio il Carnevale.

La festa di Carnevale esiste per valicare i confini, mascherandosi da ciò che non si è. È assolutamente vero che non si deve mai scadere nell’atto denigratorio: infatti il Moro non lo è. È una maschera (lo stesso Giarelli lo ammette: è un archetipo), un travestimento. A Carnevale ci si traveste – appunto – da ciò che nella vita reale non si è. Ha senso proporre/chiedere/auspicare di cambiare, per evitare fraintendimenti, in un mondo sempre più attento all’inclusione e alle convivenze? Giarelli, da questo punto di vista, è molto attento a limitarsi a porre la domanda. La risposta, però, non può essere la stessa tra i fenomeni che sono realmente denigratori e quelli che non lo sono.

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