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02 Febbraio 2026 - 15:31
L'inizio dell'inchiesta di Report sul tartufo d'Alba
Il tartufo bianco d’Alba, simbolo di eccellenza gastronomica e identità territoriale, torna al centro dell’attenzione pubblica. Lo fa dopo il servizio andato in onda ieri sera, 1° febbraio, nella trasmissione Report, che ha acceso un confronto acceso e non privo di tensioni tra cavatori, commercianti, istituzioni e consumatori.
Su Rai3, il racconto parte dall’immagine più nota e suggestiva della cerca: il cane fedele, il vanghetto, le notti nei boschi. Un rito antico, riconosciuto nel 2021 come patrimonio culturale immateriale dell’Unesco, che ancora oggi rappresenta uno dei pilastri dell’economia e della cultura delle Langhe e del Roero. Ma dietro questa immagine, secondo l’inchiesta, si cela una realtà più complessa, segnata da cambiamenti climatici, scarsità di prodotto e un mercato sempre più globale.

Il nodo centrale riguarda la provenienza dei tartufi che finiscono sulle tavole dei ristoranti e sui banchi delle fiere. In Italia sono nove le specie di tartufo commercializzabili, ma è il bianco pregiato a catalizzare l’attenzione e i prezzi più elevati. Proprio per questo, sottolinea Report, la domanda continua a crescere mentre l’offerta diminuisce: le tartufaie naturali soffrono la siccità, le stagioni sono sempre più irregolari e le quantità raccolte calano.
In questo contesto, la normativa che impone di indicare l’area geografica di raccolta dovrebbe tutelare consumatori e produttori. Tuttavia, secondo quanto emerge nel servizio, aggirare le regole non sarebbe difficile. Tartufi provenienti dall’Est Europa – Bulgaria, Romania, Serbia, Croazia – potrebbero entrare nel circuito italiano e, attraverso passaggi amministrativi poco trasparenti, arrivare sul mercato come prodotto nazionale. Alcuni commercianti ammettono la provenienza senza problemi, ma altri?
Un tema che tocca da vicino Alba, capitale mondiale del tartufo, dove fiere e mercati rappresentano non solo una vetrina gastronomica ma un indotto economico rilevante. Alcuni operatori del settore, intervistati dalla trasmissione in forma anonima, parlano di un sistema che fatica a reggere la pressione del mercato globale e in cui “essere presenti” diventa fondamentale, anche quando il prodotto scarseggia. Altri, invece, respingono le accuse e difendono la serietà dei controlli, ribadendo la italianità dei tartufi venduti nelle fiere ufficiali.
Il servizio ha chiamato in causa anche le istituzioni. La Regione Piemonte, che sul tartufo ha costruito negli anni una strategia di promozione internazionale, ha recentemente portato il prodotto e la sua filiera all’Expo 2025 di Osaka. Una vetrina importante, ma che – secondo Report – rende ancora più urgente il tema della trasparenza, soprattutto quando politica, promozione e interessi economici rischiano di intrecciarsi.
Non sono mancate le reazioni. Tra i cavatori c’è chi teme che l’inchiesta possa danneggiare l’immagine di un intero territorio, già messo alla prova dal clima e dalla riduzione delle tartufaie. Tra i consumatori, invece, cresce la richiesta di maggiore chiarezza sull’origine di un prodotto che può arrivare a costare migliaia di euro al chilo.
Quel che è certo è che il servizio ha scoperchiato un vaso delicato, riportando al centro del dibattito una domanda semplice ma fondamentale: da dove arriva davvero il tartufo che compriamo? Una domanda che riguarda non solo Alba, ma l’intero sistema agroalimentare italiano, chiamato a conciliare tradizione, tutela ambientale e un mercato sempre più affamato di eccellenze.
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