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Disagio giovanile: cosa sta succedendo ai ragazzi e alle ragazze?

Se ne parlerà mercoledì in Consiglio comunale con un’interrogazione del Centrosinistra. Ma al punto di ascolto psicologico arrivano le richieste di aiuto

giovani disagio giovanile

immagine modificata con l'utilizzo dell'AI

Baby gang, maranza, aggressioni: sono temi nazionali o anche locali? La cronaca italiana, di recente, ha acceso i riflettori su casi eclatanti, come l’omicidio avvenuto a La Spezia qualche settimana fa. Qual è la situazione locale, a Mondovì? La domanda viene a galla questa settimana perché mercoledì 11 febbraio, in Consiglio comunale, verrà toccato il tema in modo “ufficiale”.

Ma il disagio giovanile è solo violenza di strada, insicurezza, “pericolo”? O riguarda anche altro? Riguarda le ansie, il bisogno di aiuto, la salute mentale? Il tema è enorme. Al Consiglio comunale potrebbero venire ad assistere anche diverse Associazioni che fanno parte delle reti coinvolte nel tavolo per le politiche giovanili.

«Il bisogno di aiuto è serio e reale»

«La richiesta di aiuto è reale. Ciò che emerge, a Mondovì, è una situazione di malessere non diversa da quella che emerge nei giovani dei grandi centri abitati». Chi ci racconta queste cose è l’Associazione “Geronimo Carbonò” che dall’anno scorso si occupa di gestire il punto di ascolto psicologico presso l’ex chiosco-edicola di piazza Della Repubblica, la stazione dei pullman.

Da un paio d’anni, a Mondovì, è attivo il progetto “MonregalYou” che ha portato all’attivazione di uno spazio di ritrovo. Ma al di là di un wi-fi gratis e di un luogo dove poter aspettare il bus “in tranquillità”, ora qui i giovanissimi possono rivolgersi anche per parlare della loro salute mentale. E non è “roba da poco”: «Intercettare le richieste di aiuto è difficile – ci spiega la dottoressa Chiapparo –: la cultura in cui viviamo porta a voler far credere che “vada sempre tutto bene”. Ma non è così. Abbiamo davanti una situazione non diversa da quella delle grandi città: giovani in enorme difficoltà, comunicativa e relazionale».

Chissà quante volte un adolescente si sente dire che “sono tutte balle”, che “da ragazzi siamo stati tutti un po’ male”. «Solo che oggi sono sparite tutte le reti che c’erano una volta: le famiglie sono in crisi e sono isolate fra loro; gli spazi di ritrovo non esistono più. Questo enorme bisogno sta diventando un’emergenza. Qui c’è un problema a monte: l’intera comunità educante deve iniziare a capire che la salute mentale dei giovani è un problema grosso». Un problema che esploderà, nei prossimi anni.

Le questioni che pone l'interrogazione

«La nostra città ha vissuto circa un anno fa alcuni episodi di violenza giovanile che hanno suscitato un diffuso senso di preoccupazione in famiglie, operatori scolastici e sociali, gettando un fascio di luce sulle fragilità delle nuove generazioni – scrivono i consiglieri di Centrosinistra –: difficoltà nei rapporti con i coetanei, chiusura in sé, difficoltà di gestire la violenza contro se stessi e contro gli altri. Noi abbiamo proposto l’attivazione di un Centro giovani permanente, per la fascia di età 11-18, in un luogo fisico, raggiungibile e identificabile, con una équipe di educatori professionali coadiuvata da volontari, che trovi spazio in locali adeguati collocati secondo criteri di accessibilità. Chiediamo al Tavolo per le politiche giovanili di attivarsi in questo senso». Va detto che grazie al progetto “Spazio giovani” (co-finanziato dal Comune con un contributo della Fondazione CRC) a Mondovì è stato riaperto il Centro in via Delle Scuole, le “Cucine colte”: un punto di incontro per iniziative di gruppo.

La città "cosa fa"?

Se il tema diventa cittadino, è giusto che la città – nelle sue componenti politiche, sociali ed educative: la “comunità educante”, insomma – si muova in modo coordinato. E per fare questo è innanzitutto necessario decidere da che parte andare.

Se dare retta alla “paura”: di chi vede nel disagio giovanile solo una questione di sicurezza, un pericolo da circoscrivere, da allontanare, da reprimere. Non crediamo che possa funzionare… perché queste persone esistono, e diventeranno adulte.

O piuttosto, è il momento di insistere nel tentare di ascoltare le esigenze e dare risposte corali, che vadano a cogliere i segni del disagio (comprese le sue manifestazioni più violente): nelle Scuole, dove già si fa tanto, e in altri spazi.

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