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12 Febbraio 2026 - 08:21
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«Se avessi saputo mi sarei rifiutata di fare da amministratrice. Non ho mai pensato di dover conservare gli scontrini e non ero al corrente di ciò che andava fatto». Così si è difesa la donna finita a processo per peculato e omissione d’atti d’ufficio, dopo una denuncia per presunti movimenti anomali sul conto corrente del cognato disabile, di cui era stata amministratrice di sostegno per alcuni anni.
Secondo quanto ricostruito dalla Guardia di Finanza, tra le spese contestate figuravano il rinnovo dell’assicurazione RC auto intestata all’imputata, il pagamento di un’officina per riparazioni e revisioni, un trattamento odontoiatrico effettuato dalla figlia e circa 1.500 euro di spese di ristorazione nel solo 2019, tra bar, ristoranti e alimentari. In totale, oltre 15 mila euro. La donna ha spiegato di aver utilizzato quel denaro «nei momenti di difficoltà», sostenendo però di averlo successivamente restituito: «Era una cosa in famiglia, non ho mai rubato nulla e pensavo fosse normalissimo».
Il Tribunale le ha dato ragione, assolvendola dall’accusa di omissione d’atti d’ufficio perché il fatto non sussiste e dichiarando il peculato di particolare tenuità. La segnalazione al giudice tutelare era partita dall’avvocato che le era subentrato nel ruolo di amministratore di sostegno, incarico che la donna aveva ricoperto tra il 2018 e il 2022.
La vicenda riguarda un uomo affetto da tetraparesi spastica, accolto in una struttura specializzata dopo la morte del padre. L’abitazione in cui viveva in precedenza, in un paese della Langa monregalese, è oggi occupata dalla cognata e dalla figlia. In aula sono emerse testimonianze a favore dell’imputata. «Si è sempre prodigata per la famiglia», ha raccontato un cugino del disabile: «Si occupava dei pasti, lui frequentava il Centro diurno e tornava a casa la sera. Lei si è sempre resa disponibile». Una zia della persona offesa ha confermato: «La cognata ha sempre aiutato lui e anche l’altro fratello del marito». Secondo la donna, il disabile «voleva solo lei» per occuparsi delle proprie esigenze, come l’acquisto di vestiti e prodotti per la cura personale. «Per i suoi compleanni gli comprava la torta o lo portava al ristorante. Lui diceva sempre di voler pagare». I problemi, ha spiegato l’imputata, sarebbero sorti dopo che era subentrata nel ruolo di amministratrice alla morte del suocero: «Prima gestiva tutto lui, la pensione del figlio compresa. Non mi aveva spiegato nulla».
Di diverso avviso la Procura. Il sostituto procuratore Francesca Lombardi aveva chiesto una condanna a quattro anni e tre mesi, sottolineando che «l’oggetto del processo non è il legame affettivo né la genuinità delle cure prestate, che nessuno mette in dubbio». A pesare, secondo l’accusa, l’assenza dei rendiconti per tre annualità e alcune spese per le quali «non è stata fornita alcuna spiegazione in dibattimento».
La difesa ha parlato invece di una «gestione fatta da una persona di cuore, priva delle competenze per rendicontare correttamente», sostenendo che «nel procedimento è mancata la voce della persona offesa, che aveva una propria volontà e chiedeva espressamente all’amministratrice di effettuare alcune spese».
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