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Da Artesina all'oro olimpico: il capolavoro di Federica Brignone, 10 mesi dopo l'infortunio

La Tigre di La Salle trionfa in SuperG a Milano Cortina: ora in carriera ha vinto tutto. Cinque anni fa, l'avevamo incontrata sulle piste del Mondolè

Da Artesina all'oro olimpico: il capolavoro di Federica Brignone, 10 mesi dopo l'infortunio

Federica Brignone dopo il SuperG di oggi e, nel riquadro, durante la nostra intervista ad Artesina, nel 2020

Oggi lo sport italiano ha il cuore che batte più forte. Oggi Federica Brignone, la tigre di La Salle, è campionessa olimpica di super G alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Oro. Il metallo più pesante, il più luminoso, il più desiderato. Quello che qualche mese fa sembrava un miraggio.

Perché c’è un referto, datato dieci mesi fa, che fa ancora male solo a leggerlo: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone e rottura del legamento crociato anteriore della gamba sinistra.

E poi c’è il referto di oggi, che non ha bisogno di parole complicate: medaglia d’oro.

Tra queste due righe di storia c’è un abisso. E dentro quell’abisso ci sono dolore, lacrime, silenzi, palestra, fisioterapia, notti insonni, paura. C’è la solitudine di chi si chiede se tornerà mai a essere quella di prima. C’è la fatica di rimettere insieme un corpo che si è spezzato e una testa che non può permettersi di farlo.

Sembrava già incredibile pensare che potesse esserci, a Milano-Cortina. Figurarsi immaginarla con l’oro più prestigioso del pianeta al collo, davanti agli occhi del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sulla leggendaria Olympia delle Tofane. Una pista che è storia pura dello sci. Una pista che non regala niente. Una pista che consacra.

E invece eccola lì, Federica. Potente, elegante, feroce come solo lei sa essere. La tigre di La Salle non è tornata: è rinata.

Ma questo successo pazzesco non nasce oggi. Non nasce neppure dieci mesi fa, quando tutto sembrava perduto. Arriva da lontano. Da una carriera costruita centimetro dopo centimetro, curva dopo curva. Sacrifici, cadute, infortuni. E poi vittorie. Tante. Tantissime. Ma mai scontate.

Cinque anni fa, era il 15 gennaio 2020, Federica era sulle montagne del Mondolé, ad Artesina. Si allenava con le compagne in vista della Coppa del Mondo di Sestriere. In quell’occasione raccontava al nostro Emanuele Lubatti di essere stata lì già nel 2006, giovanissima, e poi di nuovo con la squadra A. Aveva lo sguardo di chi pensa solo al prossimo obiettivo. Alla prossima gara. Alla prossima curva da fare meglio.

Nella sua testa c’era la Coppa del Mondo. Non l’Olimpiade. Non l’oro. Solo il passo successivo.

Da allora la sua carriera, se possibile, è cresciuta ancora. È diventata più completa, più solida, più consapevole. Fino al giorno in cui tutto si è fermato. Fino a quel referto che avrebbe spezzato la storia di tante.

Non la sua.

Perché Federica Brignone è fatta di montagna. E la montagna insegna che si sale un passo alla volta. Che si cade, ma ci si rialza. Che il freddo punge, ma tempra. Che la vetta non si regala: si conquista.

Oggi, 12 febbraio, l’Italia intera festeggia una medaglia. Ma in realtà sta celebrando qualcosa di molto più grande: la resilienza che diventa trionfo. Il talento che si unisce al carattere. La determinazione che vince sulla paura.

Sulla Olympia delle Tofane non ha vinto solo la sciatrice. Ha vinto la donna che ha guardato in faccia l’infortunio più duro della sua carriera e ha deciso che non sarebbe stato l’ultimo capitolo.

Ha vinto la tigre. E il suo ruggito oggi si sente in tutte le Alpi.

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