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Quando la birra sfidò il vino: 40 anni fa Teo Musso accese la scintilla, oggi il movimento compie 30 anni

Il primo storico pub in paese aprì nel 1986. L'idea di Teo portò la birra artigianale nella terra dei grandi vini

Quando la birra sfidò il vino: 40 anni fa Teo Musso accese la scintilla, oggi il movimento compie 30 anni

Lo storico pub aperto nel 1986 e, nel riquadro, Teo Musso

Dal primo fermento del 1996 a un movimento riconosciuto a livello internazionale: la birra artigianale italiana celebra trent’anni di evoluzione e lo fa nel contesto che meglio ne rappresenta l’eccellenza, Birra dell'Anno 2026, il concorso organizzato da Unionbirrai, l’Associazione dei piccoli birrifici artigianali indipendenti.

Ma per raccontare davvero questo percorso bisogna tornare indietro di qualche anno, tra le colline delle Langhe, in un paese vocato storicamente al vino. È il 1986 quando, a Piozzo, un giovane visionario, Teo Musso, apre il primo pub: un locale che serve oltre 200 birre provenienti da tutto il mondo. Un unicum assoluto in Italia per l'epoca. In un territorio dove il vino è identità, cultura e religione, Teo porta la birra come racconto globale, esperienza di scoperta, gesto quasi rivoluzionario.

Quella scintilla anticipa il movimento. Se il 1996 viene considerato l’anno simbolico della rinascita brassicola italiana, per Teo è anche l’anno della trasformazione: decide di fare della sua passione una professione. Con vecchie cisterne del latte realizza il primo impianto produttivo artigianale e, con l’aiuto dell’amico Jean-Luis Dits della Brasserie à Vapeur in Belgio, dà vita alle sue prime creazioni: la Blonde e l’Ambrée. Nasce così Baladin, destinato a diventare uno dei simboli della birra artigianale italiana nel mondo.

La storia di Baladin segue e, per certi versi, anticipa quella dell’intero comparto. Dalla piccola area ricavata nel pub iniziale, la produzione si sposta nel pollaio dei genitori di Teo, per poi approdare a spazi sempre più strutturati fino alla moderna sede del Baladin Open Garden. Ogni luogo non è solo un sito produttivo, ma uno spazio culturale: un laboratorio permanente di idee, un presidio territoriale, un modo di raccontare che la birra può essere agricola, identitaria, italiana.

Questa evoluzione individuale si intreccia con quella collettiva. La XXI edizione di Birra dell’Anno conferma la caratura internazionale dell’evento con 212 birrifici in gara, 1.746 birre artigianali iscritte e 46 categorie di concorso: numeri che collocano la competizione tra le più partecipate al mondo nel panorama indipendente. Un traguardo che racconta non solo la crescita del concorso, ma anche la maturità raggiunta dal movimento craft italiano.

L’appuntamento è fissato per domenica 15 febbraio alle ore 15:45 nella Beer&Tech Arena (padiglione D3) di Rimini Fiera, durante la giornata inaugurale di Beer&Food Attraction. Qui celebrazione e competizione si incontrano, memoria e visione dialogano: è il momento in cui il settore si guarda allo specchio e misura il proprio cammino.

A valutare le birre sarà una giuria composta da 73 degustatori italiani e internazionali, chiamati a esprimersi attraverso rigorosi assaggi alla cieca. Un confronto tecnico di alto profilo che valorizza competenza, equilibrio stilistico e capacità espressiva dei produttori. La proclamazione del Birrificio dell’Anno premierà chi avrà ottenuto i migliori risultati in almeno tre categorie differenti, affiancato dai riconoscimenti speciali Best Collaboration Brew e Best 100% Italian Beer, quest’ultimo dedicato alle produzioni realizzate con materie prime interamente coltivate nel nostro Paese.

Proprio su questo punto la visione di Teo Musso si rivela profetica. Quando negli anni Duemila inizia a parlare di filiera agricola italiana, di luppolo e orzo coltivati in loco, molti lo considerano un sognatore. Oggi quella direzione è diventata una delle traiettorie più significative del comparto. L’introduzione, nell’edizione 2026 del concorso, di una categoria dedicata alle birre low e no alcohol (fino a 1,2%) dimostra inoltre la capacità del movimento di intercettare nuove sensibilità di consumo senza rinunciare alla qualità.

Trent’anni dopo quel primo fermento del 1996 – e quarant’anni dopo l’apertura di quel pub pionieristico nel cuore di Piozzo – la birra artigianale italiana è parte integrante dell’ agroalimentare Made in Italy. Contribuisce alla ricchezza della cultura gastronomica nazionale, riconosciuta come patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO, e rappresenta un settore maturo, competitivo e identitario.

Se oggi l’Italia è considerata uno dei laboratori più creativi del panorama brassicolo internazionale, lo si deve a una generazione di pionieri che ha creduto nella birra quando sembrava marginale. Tra questi, la storia di Baladin e di Teo Musso resta emblematica: partire da 200 etichette servite in un pub di provincia per arrivare a costruire un modello culturale e produttivo.

La celebrazione di Birra dell’Anno non è soltanto una premiazione. È il simbolo di un percorso collettivo iniziato con poche cisterne del latte e tanta ostinazione, cresciuto tra pollai riconvertiti e fiere internazionali, e oggi capace di competere ai massimi livelli globali. Un movimento che, come ogni buona fermentazione, continua a evolversi, trasformando passione in identità.

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