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15 Febbraio 2026 - 14:17
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Emilio Salgari è noto soprattutto per le sue storie di pirati e corsari, vicende di avventura marinaresca di ambientazione esotica tra la Malesia da un lato, la Tortuga dall'altro. Ma Salgari, precocemente, è anche uno dei padri della protofantascienza italiana.
Nel 1893, su La Nuova Arena, pubblica quello che è probabilmente il suo primo racconto di fantascienza, che segna una transizione dall'avventura marinaresca a quella spaziale (come sostiene anche il critico Silvio Sbrogiò).
Netta è l'influenza di Verne che alla conquista lunare dedica un dittico 1865-1870; ma anche, forse, gli studi del saviglianese Schiaparelli, che nel 1877 aveva identificato dei presunti canali su Marte di cui avrebbe parlato in una sua opera divulgativa del 1893, avviando una nuova ossessione per i “marziani” che sarebbe dilagata oltreoceano.

La storia è interessante per vari motivi. Innanzitutto Salgari sceglie un punto di vista interessante: non quello degli eroici astronauti, ma quello dei pescatori della pacifica isola spagnola dove questi scienziati brasiliani giungono con la loro modernissima nave, per usarlo come base di lancio per la conquista dello spazio.
Non siamo ovviamente in Sicilia, ma l'incontro tra i due mondi – col punto di osservazione corale delle persone semplici – fa sembrare il racconto una sorta di I Malavoglia incontrano Méliès.
L'altra cosa interessante è il finale, pessimistico e aperto: dopo il decollo, riuscito, dell'astronave, non si sa più nulla dei due scienziati, e solo viene poi ritrovato un uomo che forse è un superstite del volo spaziale poi precipitato sulla Terra, su un atollo isolato. Somiglia a uno dei due, ma non ricorda nulla, nemmeno se il “folle volo” è riuscito o no. Un finale quasi “antipositivistico”, simmetrico alla fiducia nella scienza del “Gun Club” di Verne, e che lascia la scelta al lettore: “così è, se vi pare”.
La prima edizione autonoma avviene per Sonzogno, nel 1936, in una collana in cui le opere di Salgari venivano presentate come perfette per i giovani fascisti, stando alla sintetica pagina di prefazione, perché esse esaltano il "genio italico", segno di “razza superiore” (menzione esplicita del testo). In verità in questo racconto di italiani non si vede l'ombra e anche lo scienziato spaziale / astronauta è tutto tranne un superuomo marinettiano. Resta però la bella copertina steampunk, con un'astronave ormai improbabilissima per le conoscenze tecnologiche di quegli anni, e per questo aspetto ci pare più giusto ricordarlo.
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