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03 Gennaio 2024 - 09:47
Se n’è andato poco meno di vent’anni fa, consegnando alla storia una delle vicende umane più peculiari del ventesimo secolo: Simon Wiesenthal ha condotto davvero una vita straordinaria, attraversando gli abissi più profondi di dolore e vivendo, nel secondo tempo della propria vita, una combattiva vocazione di giustizia. Sopravvissuto a cinque campi di concentramento, tornato in libertà, ha intrapreso un’instancabile attività di caccia ai criminali di guerra nazisti a piede libero, per assicurarli alla giustizia. Wiesenthal ha lasciato anche una considerevole mole di scritti: proprio questi testi sono alla base de “Il cacciatore di nazisti” spettacolo teatrale assemblato dal regista e drammaturgo Giorgio Gallione e interpretato da Remo Girone, un grande professionista del teatro italiano e un volto noto di cinema e televisione. Lo spettacolo è il secondo titolo della stagione teatrale monregalese organizzata dalla Città di Mondovì e da “Piemonte dal Vivo”. Farà tappa al “Baretti” la sera del 13 gennaio, alle ore 21. Abbiamo raggiunto Girone per una chiacchierata sullo spettacolo e sulla sua lunga e fortunata carriera.
Come nasce il progetto de “il Cacciatore di nazisti”?
«Il progetto nasce da un’idea di Giorgio Gallione che, partendo dagli scritti di Wiesenthal, ha assemblato il testo dello spettacolo: dunque non è solo la messa in scena di un testo, ma è a tutti gli effetti un’opera inedita».
Che tipo di lavoro è stato approcciarsi a un personaggio storico come Wiesenthal?
«Mi sono preparato innanzitutto a partire dai testi, poi ho studiato con particolare attenzione i numerosi filmati che ci sono rimasti di lui, per poter impersonare al meglio il personaggio anche nella sua gestualità e nelle sue movenze. È chiaro comunque che il focus di tutto è negli scritti di Wiesenthal, in quello che dice. La cosa più importante per lui era la trasmissione della memoria di quanto accaduto, per impedire che potesse ripetersi in futuro: la memoria è il tema centrale di tutta la sua opera».
Lei è nato in Eritrea, dove ha scoperto la propria vocazione artistica. Come sono stati quegli anni?
«All’epoca era una colonia, c’era una comunità italiana abbastanza vasta. Ho frequentato un collegio dei Lasalliani. E a fine anno si mettevano in scena delle operette: è stato quello il mio primo approccio con il teatro. A cantare non ero il migliore, ma a recitare sì e spesso avevo il ruolo del protagonista. Ho proseguito con questa passione al Liceo e successivamente all’Università, recitando in un gruppo filodrammatico, con altri attori che poi sono diventati professionisti di vaglia: uno oggi è un noto avvocato, un altro è stato direttore dell’Agip. Mi sono quasi laureato in Economia e commercio, mi mancava praticamente solo la tesi. Tornando in Italia sono stato preso all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”. Prendevano solo venti persone ogni anno: ho colto l’opportunità, così ho accantonato gli studi con gran preoccupazione di mia madre. La scuola era molto seria e richiedeva un grosso impegno: eravamo lì dentro sette-otto ore al giorno, e poi ho cominciato a lavorare, e intrapreso una brillante carriera. Però mia madre non si rassegnava: ha continuato negli anni a ripetermi che un “pezzo di carta” nella vita ci vuole. Così quando mi è stata assegnata la laurea honoris causa insieme a Giuliano Gemma, Peppino Rotunno e Marcello Gatti… Beh l’ho fatta incorniciare e l’ho regalata a lei».
Chi sono stati i suoi modelli e i suoi maestri?
«Non sono partito con dei modelli in testa, gli attori imparano molto dai colleghi, quando si lavora con i grandi, e poi soprattutto dai registi. Quando ho cominciato a muovermi professionalmente in teatro ho lavorato con Giorgio Albertazzi e lui era un grandissimo maestro. Poi ho appreso tanto dai registi con cui ho lavorato. Il mestiere si impara tanto sul campo e da quello che si vede: io ho visto tantissimo cinema. Ho sempre tenuto in grande considerazione le parti già fatte da grandi attori: è un segnale che lì c’è molto materiale per recitare bene, un bel banco di prova. Ho guardato anche a grandi attori stranieri naturalmente».
Ha fatto tanta fiction e tanto cinema, ci sono differenze, professionalmente parlando?
«Dal mio punto di vista non cambiava molto, almeno per il tipo di fiction a cui ho partecipato io: le troupe sono spesso composte dagli stessi professionisti che curano il cinema. Un po’ diverso è il discorso del teatro televisivo, lì spesso lavorano degli specialisti. La differenza principale direi è nello stile di recitazione: bisogna ricordare che la televisione, come il teatro, è uno schermo piccolo e quindi si può anche calcare di più la recitazione. Al cinema no, perché lo schermo è molto grande e ogni espressione sarebbe eccessivamente enfatizzata. In questo devo molto a mia moglie, Victoria Zinny, che mi ha ispirato e dato le giuste indicazioni: “Ricordati che per fare bene cinema non bisogna fare nulla” è stato il suo primo, paradossale, insegnamento».
Come ha visto cambiare il mestiere dagli inizi ad oggi?
«Per quanto riguarda la recitazione io direi soprattutto che è stata una crescita personale, devo dire che un attore si evolve molto quando si confronta con diversi mezzi d’espressione: chi fa solo teatro tende un po’ a strafare, a caricare eccessivamente l’espressività. Insomma a recitare tanto, troppo. Quando poi ci si approccia alla televisione (fatta bene) e al cinema, il discorso cambia, e tornando sulle scene teatrali ci si rende conto che l’interiorità necessaria al grande schermo è utile e proficua anche lì: ecco che i due modi di lavorare si arricchiscono l’uno con l’altro. Del resto è l’esperienza la principale arma di un interprete. Non ho mai smesso di guardare, imparare, cercare di crescere».
Ci sono dei ruoli, tra i tantissimi fatti in carriera, di cui è particolarmente orgoglioso?
«Posso citarle, tra gli ultimi che ho fatto, quello in “Equalizer 3”, una grossa produzione americana in cui ho recitato al fianco di Denzel Washington nel ruolo del dottor Enzo Arisio, in un piccolo paese del sud Italia. Lavorare in un film del genere è sempre un’esperienza estremamente formativa: ho fatto 4 film hollywoodiani. Si sente molto la responsabilità di essere parte di una macchina organizzativa così grossa. Sono orgoglioso anche di un piccolo film “Il diritto alla felicità” disponibile anche su Rai Play. Ha raccolto molti premi. Essere attore è anche questo: fare esperienze sempre diverse, interessanti proprio per la loro diversità: partire per un paese che non si conosce, recitare una cosa nuova senza sapere bene quale sarà il risultato. È sorprendente per me scoprire ogni volta di essere adatto a determinati ruoli, in cui io stesso non credevo di riuscire ad eccellere. In questo, l’occhio del regista è fondamentale, perché ha un punto di vista diverso».
Il ruolo per cui il grande pubblico lo ricorda maggiormente è forse quello dell’antagonista in “La Piovra”: cosa rammenta soprattutto di quel periodo?
«Le cito un episodio emblematico di quel periodo. Recitavo a Torino al Carignano, con Luca Ronconi alla regia, nella “Mirra” di Alfieri. In quel periodo passava in televisione la quarta serie de “La Piovra”, davano l’ultima puntata. Girando per la città mi sono reso conto che la gente cominciava a riconoscermi per strada ed era una sensazione strana, nuova per me. Sono andato a prendere un gelato da Pepino e, anche lì, la cassiera mi ha riconosciuto subito. Io cercai di minimizzare: “La televisione si vede, poi si dimentica”. Lei mi rispose: “Eh no! Si ricordi che quando gli italiani le danno una medaglia non gliela tolgono più”. Aveva ragione».
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