Sono passati quasi dieci anni dal giorno in cui cominciò la storia di cui vi stiamo per parlare. Ma non ne basterebbero cento, di anni, per cancellare ricordi come quelli. Oggi lei non è più una ragazzina ma una giovane donna. Una vittima che finalmente ha ottenuto giustizia: l’uomo che ha abusato di lei, costringendola a compiere atti sessuali, è stato condannato in via definitiva a quattro anni di carcere. Ma ci sono due dettagli, in questa storia, agghiaccianti: lui, l’uomo che la faceva salire in macchina e poi le chiedeva di “fare cose”, è suo padre. E sei anni fa, nel processo di primo grado, era stato assolto. Dichiarato innocente, nessuna colpa, nessuna condanna. Perché lei, la vittima, la figlia, aveva all'improvviso “ritrattato”. Negando tutto. Affermando che si era inventata le cose, che non erano vere. Solo dopo, in Appello, venne a galla il motivo. Le pressioni che l'intera famiglia le aveva fatto affinché lei si rimangiasse le testimonianze, inghiottendo il dolore e seppellendolo nell'anima in qualche angolo d'ombra, lontano dalla luce della verità. Ora però la giustizia ha fatto il suo corso. La scorsa settimana la Corte di cassazione ha respinto l'ultimo ricorso e la condanna di quell'uomo è diventata definitiva. I fatti sono avvenuti una decina di anni fa, fra il 2009 e il 2011, nel Monregalese. Non aggiungeremo i dettagli: troppo alto il rischio che si possa identificare la vittima. I racconti della ragazza erano precisi, ben contestualizzati: il padre che la portava in auto in luoghi appartati, in strade di campagna. E, una volta lì, le chiedeva di compiere quei gesti. Atti sessuali (non rapporti completi) che per lei, ragazzina, erano un incubo che accettava per paura delle ritorsioni. Anche perché da lì a poco, quando lei iniziò a parlarne con qualcuno e partirono le denunce e le indagini, arrivarono le minacce della famiglia. Compresa la madre, che la tempestò di telefonate. Fin quando lei, davanti al GUP di Mondovì (il primo processo si svolse con rito abbreviato), cedette e ritrattò. La paura, forse la vergogna, ebbero la meglio sul dolore. Disse che si era inventata tutto, che l’aveva fatto perché era arrabbiata col padre. Davanti a quel passo indietro, il giudice non poté fare altro che mandare assolto il padre. Il pm, l’allora sostituto procuratore Riccardo Baudinelli, però non si arrese: le testimonianze della ragazza, i dettagli quei fatti, erano precise e credibili. Così ricorsero in Appello. I giudici di Torino riaprirono il fascicolo e, comprendendo cos'era davvero successo, capirono le pressioni a cui la ragazza era stata sottoposta affinché si rimangiasse tutto. Negasse. Mentisse. Nel 2018 la Corte d'Appello si espresse: condanna a 4 anni per il padre. Ci fu il ricorso in Cassazione. La suprema Corte però non cambiò il verdetto, respingendo il ricorso. E ora, quella condanna, è definitiva.
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