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16 Gennaio 2026 - 10:08
L'aula del Tribunale, nel riquadro la foto di Nada Cella
Ci sono stati anche momenti concitati e di tensione nel pomeriggio di giovedì davanti all’abitazione cuneese di Annalucia Cecere, condannata a 24 anni di carcere per l’omicidio di Nada Cella. Il marito, uscito di casa insieme al figlio, ha allontanato con decisione i giornalisti presenti e non sono mancati alcuni spintoni. Cecere, anche questa volta, ha scelto di non parlare.
A Chiavari, intanto, l’emozione era palpabile. La madre di Nada, Silvana Smaniotto, ha atteso la sentenza insieme alla criminologa Antonella Delfino Pesce, figura chiave nella riapertura del "cold case" che per trent’anni aveva atteso una verità giudiziaria. Silenzio invese, nella campagna dell'hinterland cuneese, dove oggi vive l’ex maestra: un riserbo coerente con lo stile di vita che le viene attribuito dai vicini, fatto di poche uscite, una quotidianità riservata e nessuna esposizione pubblica. Di lei, del resto, non circolano nemmeno immagini recenti.
Un atteggiamento diametralmente opposto rispetto a quello del coimputato, il commercialista Marco Soracco. Presente in aula, Soracco ha ascoltato la propria condanna a due anni per favoreggiamento, con pena sospesa. Subito dopo la lettura del dispositivo ha commentato: «Pensavo fosse stata riconosciuta la mia estraneità». Sulla posizione di Cecere ha mantenuto le distanze: «Non dico nulla, penso alla mia situazione». Poi, una riflessione che pesa come un giudizio: «Se la sua condanna è fondata, è stata fatta giustizia. Se non lo è, allora no».
La Corte d’Assise, presieduta dal giudice Massimo Cusatti, ha escluso l’aggravante della crudeltà contestata dalla Procura, che aveva chiesto l’ergastolo. Resta invece quella del futile motivo, individuato nella presunta gelosia nei confronti della giovane segretaria. Un passaggio decisivo, perché il riconoscimento dell’aggravante esclude la prescrizione del reato.
A caldo, la difesa di Cecere ha annunciato battaglia. «Le sentenze non si commentano, attendiamo le motivazioni e ricorreremo in appello. È una decisione che non ci soddisfa», ha dichiarato l’avvocato Giovanni Roffo, che insieme alla collega Gabriella Martini assiste l’imputata. Roffo ha ricordato la precedente assoluzione pronunciata nel maggio 2024 dal gup Angela Maria Nutini, successivamente superata dalla decisione della Corte d’Appello che aveva disposto il rinvio a giudizio.

In attesa della sentenza definitiva, Cecere resta in libertà. Sul fronte civile, la Corte ha stabilito una provvisionale immediatamente esecutiva: 100mila euro alla madre della vittima, 50mila alla sorella Daniela e 20mila allo zio. Anche Soracco è stato condannato al risarcimento: 10mila euro ciascuno a Silvana Smaniotto e alla figlia, 5mila allo zio. La quantificazione finale del danno sarà demandata al giudice civile.
Soddisfazione, invece, da parte della famiglia Cella. «Non definisco questa sentenza coraggiosa, ma corretta», ha affermato l’avvocata Sabrina Franzone. «Sappiamo che ci sarà l’appello, ma ciò che conta è l’affermazione della responsabilità». Franzone ha voluto ringraziare pubblicamente Antonella Delfino Pesce per il contributo determinante alla riapertura del caso: «Ci ha dato una mano enorme, nonostante le critiche gratuite ascoltate in aula».
«Questo processo – ha concluso – dà speranza a chi aspetta giustizia da anni. Senza una Procura determinata e una Polizia giudiziaria, che non ha mollato, non saremmo arrivati fin qui. Alla madre di Nada dirò una sola cosa: ce l’abbiamo fatta. Ora può lasciarla andare. Forse non sapremo tutto, ma oggi possiamo dire: ora so».
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