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18 Gennaio 2026 - 12:06
Le telecamere di SkyTg24 nella Scuola teatro della tragedia, nel riquadro Bruno Gabetti (dirigente scolastico dei Licei di Monddovì)
La morte di Youssef Abanoub, il ragazzo di 18 anni accoltellato tra i banchi di scuola, scuote il mondo dell’istruzione e l’opinione pubblica. Una tragedia che va oltre la cronaca giudiziaria e che interroga in profondità il ruolo delle comunità educanti.
La tragedia si è consumata venerdì all’interno dell’Istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia. Il diciottenne, accoltellato in aula da un compagno di scuola davanti ad altri studenti, era stato trasportato d’urgenza all’Ospedale Sant’Andrea per un delicato intervento chirurgico. Nonostante i tentativi dei medici, in serata è arrivata la notizia del decesso, comunicata dall’Asl spezzina.
Per l’omicidio è stato arrestato Zouhair Atif, 19 anni, che durante l’interrogatorio ha ammesso le proprie responsabilità, riferendo un movente legato a questioni personali. Il magistrato sta valutando anche l’aggravante della premeditazione, poiché dagli accertamenti è emerso che il coltello sarebbe stato portato da casa.
Di fronte a una vicenda così drammatica, Bruno Gabetti, dirigente scolastico del Liceo Vasco Beccaria Govone di Mondovì, ha espresso vicinanza alla comunità scolastica spezzina ed è intervenuto sui propri canali social con una riflessione più ampia.
«L’assurda e dolorosa scomparsa di Abanoub è una tragedia che colpisce e interroga tutti», scrive il dirigente monregalese.
«Questa tragedia rappresenta purtroppo la drammatica punta di un iceberg: quello della violenza che attraversa una parte del mondo adolescenziale e giovanile. Una violenza che non è sempre fisica, ma spesso psicologica, silenziosa, quotidiana, e non per questo meno devastante o pericolosa.
Di fronte a tutto questo, non possiamo voltarci dall’altra parte. È necessario che tutti, come comunità educante, ci rimbocchiamo le maniche. Oggi, però, le Scuole e gli educatori si trovano troppo spesso lasciati soli, stretti tra due posizioni contrapposte e sterili di una classe dirigente – politica e intellettuale – impegnata in un inutile "derby".
Da un lato, il securitarismo, che invoca punizioni esemplari del singolo come presunta lezione per tutti. Dall’altro, un buonismo radical-chic che continua a riproporre retoriche vuote e generiche sui grandi principi, senza incidere nella realtà quotidiana dei ragazzi. Un confronto sterile, perché entrambe le visioni dimenticano l’essenziale.
Ciò di cui questi giovani hanno davvero bisogno è amore. Amore autentico, inteso come presenza adulta stabile, credibile e responsabile. Adulti che vogliano sinceramente il loro bene e che sappiano educare, anche correggere quando necessario, senza fuggire dal conflitto.
È una strada faticosa: richiede tempo, competenze, costanza; implica un’alleanza con le famiglie che non è mai scontata e spesso complessa; e, nell’immediato, non garantisce riconoscimento o consenso sociale. Ma è l’unica via possibile se vogliamo davvero prenderci cura dei nostri ragazzi e del loro futuro».
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