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19 Gennaio 2026 - 15:15
“Di chi sono i nostri giorni?” è la domanda chiave del film “La Grazia” ultimo lavoro del noto cineasta partenopeo Paolo Sorrentino, premio Oscar come miglior film straniero nel 2013.
Sorrentino è attualmente uno degli autori chiave del cinema italiano e “La Grazia” è atteso con particolare curiosità dal pubblico. A poco più di un anno da “Parthenope” dove per la seconda volta Sorrentino è tornato ad esplorare la napoletanità ma con una chiave diversa rispetto dall’autobiografismo di “È stata la mano di Dio”, “La Grazia” vede il regista ritrovare alcuni capisaldi del suo cinema. Uno su tutti, il rapporto con Toni Servillo, suo attore feticcio per certi versi, interprete di alcuni tra i suoi titoli più significativi (Da “Le Conseguenze dell’Amore” a “La Grande Bellezza”, “Il Divo”, “Loro”).
Come nella pellicola che gli è valsa l’Oscar, anche qui Servillo interpreta un uomo a fine carriera, che si muove sullo sfondo di una Roma prigioniera dei suoi rituali e della sua futilità. Se però “La Grande Bellezza” ritraeva le speculazioni esistenziali di un mondano disilluso, qui il protagonista del film è il presidente della Repubblica, un uomo solido, tutto d’un pezzo, un burocrate che si muove esclusivamente in punta di diritto.

Paolo Sorrentino quando riflette sui temi del potere non ha paura di prendere la finzione di petto: ne “Il divo” e “Loro” ritraeva due uomini politici chiave della storia italiana, come Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi. Nella serie “Young Pope” ha immaginato un papa giovane e moderno. In tutti questi casi non ha avuto timore di calarsi direttamente nei panni dei personaggi in questione, laddove altri autori avrebbero utilizzato espedienti narrativi diversi, conducendo la narrazione da un punto di vista "esterno".
Qui il focus del suo racconto si concentra su un inquilino del Quirinale, Mariano De Santis, giurista: personaggio fantastico ma ispirato a vari tratti dei presidenti della Repubblica del passato. De Santis deve decidere di due richieste di grazia, in qualche modo l’una l’opposto dell’altra, su due casi di omicidio. Deve inoltre firmare la legge dedicata all’eutanasia.
Un dilemma etico che tenta di schivare affrontandolo, senza successo dal punto di vista giuridico e che lo mette all’angolo nell’incapacità di scegliere, sentendosi in ogni caso in trappola. Inoltre, De Santis è bloccato anche dal punto di vista del proprio vissuto. Vedovo della moglie, innamoratissimo, continua a rimuginare su un tradimento occorso quarant’anni prima, di cui non aveva mai scoperto il colpevole.
Infine, il rapporto con i figli: un maschio, compositore, all’estero e la figlia costantemente al suo fianco nel lavoro. In qualche modo è la dialettica con lei a costituire il motore di un film costruito su un ritmo lento, riflessivo, ricco di silenzi e di contrasti. Meno carico dei clichè sorrentiniani, “La Grazia” lavora per sottrazione e per contrasto: in una realtà quasi museale, incasellata in una ritualità precisissima, irrompe a tratti una realtà contemporanea molto diversa e che spesso contrasta violentemente con la quotidianità abituale dei personaggi. Infine, al di là della soluzione o meno dei dilemmi del film, “La Grazia” inseguita nel film non è chiaramente solo il provvediimento giuridico, ma è anche uno stato dell’anima, una ricerca di leggerezza a cui il protagonista segretamente anela, a dispetto del suo soprannome “Cemento Armato”.
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