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06 Gennaio 2026 - 13:16
Venezuela, 30 ottobre 2025: una persona sventola un cartello durante una manifestazione pro-governativa a Caracas. Foto ANSA/SIR
Quando ha lasciato Caracas, Margarita non sapeva se sarebbe mai potuta tornare in Venezuela. Ci ha vissuto per quasi 50 anni, poi, come circa 8 milioni di suoi concittadini, se n’è andata. Da 9 anni risiede a Mondovì con la famiglia. Il suo è un punto di vista interno di una situazione decisamente complessa. L’operazione militare di Trump in Venezuela e l’arresto di Maduro aprono una serie di interrogativi, preoccupazioni e dubbi nella comunità internazionale, ma anche speranze. Soprattutto per chi, come Margarita, ha dovuto lasciare la sua terra per colpa del regime.
Facciamo una premessa. Racchiudere la posizione del “popolo venezuelano” in un unico fronte non è possibile, ma questa resta una testimonianza preziosa di chi è figlio del Venezuela e in Venezuela ha lasciato la propria storia di vita, oltre a una laurea e a un lavoro. «Avendo la fortuna di essere anche cittadinanza italiana, per via dei miei genitori, sono arrivata in Italia», ci inizia a spiegare.

«Chi non ha vissuto, per più di venticinque anni, sotto un regime “democratico” solo nel nome, non può sapere delle migliaia di prigionieri politici, delle esecuzioni e delle ripetute violazioni dei diritti umani, delle persone uccise durante le proteste, delle censure ai media (tv, radio e social), della gran parte della popolazione in povertà, dei circa 3 dollari di stipendio minimo al mese, dei milioni di persone in esilio».
«Da fuori è difficile capire come ci si sente nel vedere scomparire quei presidenti che hanno rovinato il Paese. Il primo, Chávez, è mancato per malattia e adesso Maduro, rimasto al suo posto per dare continuità al regime, è stato prelevato lo scorso 3 gennaio».
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In una maniera decisamente controversa sotto il profilo della legalità e del diritto internazionale. «Ma era l’unico modo – prosegue Margarita – in cui sarebbe potuto essere estromesso dal potere. Dopo le elezioni truccate e non riconosciute neanche a livello internazionale, non era stato possibile farlo. Io non me ne intendo di politica e neanche di diritto internazionale, parlo col cuore in mano, trasportata dai sentimenti che provano in questo momento milioni di venezuelani, sia in patria che fuori».
«È vero, sarà difficile e complicato ripartire come Paese, ma a lungo termine la mia speranza è che il Venezuela possa tornare ai livelli di prosperità degli inizi del ‘900, quando gli Usa avevano messo in moto tecnologie all’avanguardia per poter lavorare il petrolio che abbonda nel nostro sottosuolo. Oggi le raffinerie in Venezuela sono scadenti e sono rimaste indietro. La benzina scarseggia e ci sono continui blackout. È vero che non tutto il popolo è d’accordo con quanto accaduto perché c’è chi asseconda il regime. Ma i milioni di venezuelani che sono emigrati perché oppressi dalla crisi e i molti altri concittadini che, sfortunatamente, non hanno avuto la stessa possibilità e hanno continuato a soffrire la fame, la violazione dei diritti umani, la lotta per il cambio di regime, oppure chi ha pianto vittime negli ospedali, per colpa di un sistema sanitario scadente o ha visto morire i propri cari sequestrati per un riscatto che non potevano pagare, possono adesso e finalmente vedere uno spiraglio di luce alla fine del tunnel. Sarà un periodo di transizione complesso, ma sono fiduciosa per un futuro in cui ripartiranno il turismo e gli investimenti. Allora forse molti dei nostri connazionali venezuelani potranno tornare in patria e riabbracciare parenti e amici».
«Gli Stati Uniti avranno certamente il loro guadagno in questo cambio di governo, ma io spero che saremo coinvolti in questo percorso di crescita. Adesso inizia il lavoro per ripristinare politicamente il paese, non si può voltare pagina di punto in bianco e, per questo, gli Usa dovranno guidare e tenere sotto controllo sia tutti i personaggi politici dell’attuale governo che dell’opposizione, finché non si trovi una soluzione per via di nuove elezioni, come prevede la legge. Ci siamo sentiti repressi per più di 25 anni, i nostri figli non hanno conosciuto altro che questo regime e adesso finalmente si incomincia a respirare un’aria diversa».
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