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15 anni della “Papa Giovanni” alla Mellea: una realtà che cura le ferite e guarda al futuro

Il responsabile Giona Cravanzola: «Passiamo dal ridere al piangere; siamo adolescenti. Ora vogliamo crescere e trovare stabilità»

15 anni della “Papa Giovanni” alla Mellea: una realtà che cura le ferite e guarda al futuro

Operatori, ospiti e volontari della Mellea

Quindici anni di cammino intenso, sfide, lavori, sofferenze condivise e tanta speranza. Era il 2009 quando l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, su richiesta dell’allora vescovo mons. Pacomio, iniziava ad occuparsi del complesso della Mellea, a Farigliano: un luogo che unisce la Casa di accoglienza “Capanna di Betlemme – don Oreste Benzi”, il santuario annesso e un’enorme area verde, un parco curato con dedizione quotidiana proprio dagli ospiti della Casa. Dal luglio 2025 l’intero complesso è diventato proprietà della Papa Giovanni XXIII, un passaggio importante che sancisce ancora di più il legame tra l’Associazione e questo luogo simbolico di accoglienza e spiritualità.

TANTI LAVORI NEGLI ULTIMI QUATTRO ANNI
A fare il punto sul percorso compiuto fin qui è Giona Cravanzola, responsabile della struttura da quattro anni. Un periodo intenso, segnato da interventi fondamentali per restituire dignità e funzionalità a un complesso che, al momento dell’ingresso della Comunità, presentava numerose criticità strutturali e impiantistiche. «Abbiamo preso in mano una realtà che aveva diversi problemi – spiega Giona – e, poco alla volta, la stiamo recuperando». Tra gli interventi più rilevanti realizzati negli ultimi anni spiccano la nuova centrale termica e il rifacimento completo dell’impianto di riscaldamento a servizio di tutto il complesso. È stata inoltre portata finalmente l’acqua potabile, assente in precedenza, realizzate le fognature e creato un depuratore per il trattamento delle acque di scarico. Proprio in questo periodo è in corso un altro passo progettuale: il rifacimento e la messa a norma dell’intero impianto elettrico del Santuario. Lo sguardo è però già rivolto al futuro. «Più avanti – aggiunge Giona – penseremo a lavori di ristrutturazione del campanile, recupero dell’organo e all’attivazione di un sistema di videosorveglianza, che servirà anche da deterrente contro i malintenzionati».

NUOVO CROCIFISSO, PER FESTEGGIARE
Il quindicesimo anniversario è stato vissuto anche come un momento simbolico. A dicembre scorso è stato acquistato un crocifisso, intronizzato in un angolo del santuario e che a breve verrà benedetto. «Stiamo pensando anche a una rivisitazione dello spazio liturgico del Santuario – racconta Giona – per renderlo più visibile e funzionale». «Siamo a Mellea da 15 anni – riflette il responsabile – siamo adolescenti. Come gli adolescenti, passiamo spesso dal ridere al piangere. Ma ora vogliamo continuare a crescere, diventare grandi e trovare la giusta stabilità».

CASA E SANTUARIO: UN CUORE DOPPIO
La forza della Mellea sta nel suo doppio cuore, che continua a battere all’unisono: la Casa di accoglienza e il santuario. Ogni giorno intorno a questa realtà ruotano circa 25 persone, tra operatori, volontari e ospiti. Alcuni vivono stabilmente nella struttura, altri entrano ed escono, ma tutti condividono un tratto comune: storie di fragilità, sofferenza, solitudine, degrado, abbandono e violenza. Qui, però, la Mellea è diventata «casa». Una realtà a cui tutti tengono profondamente. Gli ospiti la curano, la mantengono pulita e ordinata, si prendono cura del vastissimo parco, un’area verde che sarebbe impossibile affidare a un giardiniere esterno per i costi esorbitanti, ma che grazie al loro lavoro quotidiano è oggi un vero fiore all’occhiello.

CELESTINO VIVEVA SU UNA PANCHINA, ORA È TORNATO A LAVORARE
Al centro dell’impegno della comunità c’è però soprattutto l’attenzione alla persona. Ogni ospite non è mai “uno tra tanti”, ma una storia unica, con ferite, tempi e bisogni propri. «Ogni ospite ha un progetto pensato per lui, per le sue fragilità – spiega Giona –. L’obiettivo è consentire ad ognuno di tornare ad essere autonomo, a riprendere in mano la propria vita, per quanto possibile e caso per caso». Il percorso di accoglienza non si limita quindi a offrire un tetto e dei pasti, ma punta a ricostruire dignità, fiducia e capacità, attraverso un accompagnamento quotidiano fatto di ascolto, preghiera e pazienza. Tra le tante storie che attraversano la Mellea c’è quella di Celestino, che racconta bene il senso di questo lavoro. «Abbiamo accolto un signore che aveva un bel lavoro, una moglie e dei figli – racconta Giona –. Poi ha perso l’occupazione, è stato travolto dai debiti e si è ritrovato completamente solo, senza soldi e senza famiglia». Per sei mesi ha vissuto su una panchina, insieme al suo cane, fino all’arrivo alla Mellea. «Non è stato un percorso semplice né lineare – prosegue il responsabile – ma dopo un lungo cammino oggi è tornato a lavorare part-time. Vive ancora qui da noi, ma si sta reinserendo poco alla volta nella società». Un esempio concreto di come, anche partendo da situazioni di grande fragilità, sia possibile riaprire spiragli di futuro.

UNA FAMIGLIA CHE CRESCE
«Abbiamo dato continuità e vita a una realtà attiva, vivace – conclude Giona – pur con tutti i suoi limiti, le sue sofferenze e le sue mancanze. Evviva il Signore, che vede bene e ci permette di portare avanti il nostro cammino di fede e di aiuto agli altri, ai poveri». Un ringraziamento speciale va alla Papa Giovanni XXIII, che in questi anni ha investito e continua a investire molto, anche in un’ottica futura, e a tutte le persone che, dall’esterno, sostengono la Mellea con affetto, fiducia e aiuto concreto. «Stiamo sistemando molte cose, un passo alla volta – conclude Giona – con grande fede, sacrificio e la certezza di non essere soli». Quindici anni dopo, la Mellea continua a crescere. Non solo nei muri che si rinnovano, ma soprattutto nelle vite che, giorno dopo giorno, trovano qui accoglienza, dignità e speranza. Nella «Casa», nata per ospitare, e nel Santuario che, affidandosi alla Madonna delle Grazie, accoglie, ascolta e benedice.

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