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22 Febbraio 2026 - 17:29
Priero (foto di Danilo De Lorenzis)
Abbiamo letto con attenzione l’intervista di fine mandato al sindaco Alessandro Ingaria, pubblicata sul vostro giornale. Come gruppo di cittadini di Priero, ci sentiamo in dovere di intervenire su un punto che il sindaco definisce il suo “grande rammarico”: la presunta mancata pacificazione delle divisioni nate negli anni Novanta tra le storiche fazioni del paese.
Davanti a queste dichiarazioni, l’impressione collettiva è quella di trovarsi di fronte a un “ultimo giapponese” che presidia una trincea smantellata dalla storia da oltre vent’anni. È singolare che il sindaco si senta ancora prigioniero di tensioni di oltre trent’anni fa; tensioni che, peraltro, egli non ha vissuto direttamente nel loro momento apicale, essendo all’epoca non ancora inserito nel tessuto amministrativo e politico del nostro paese, fatta eccezione per una parentesi come consigliere negli anni Duemila.
Come gruppo di cittadini, riteniamo doveroso riportare il dibattito alla realtà dei fatti: quelle che il sindaco dipinge come “insanabili divisioni” erano in realtà le naturali dinamiche di un acceso confronto democratico, tipico di quegli anni, ma mai sfociato in mancanza di rispetto personale. Sostenere l’esistenza di un conflitto perenne è una forzatura, a meno che non si voglia far passare l’idea che avere una diversa visione politica sia di per sé un male. Il rispetto tra le persone a Priero non è mai mancato e il superamento delle diverse vedute di trent’anni fa è un dato di fatto consolidato: lo dimostra il vissuto quotidiano, dove figli o nipoti di chi allora sosteneva visioni contrapposte, negli anni hanno convissuto e collaborato in progetti comuni.
Non c’è dunque alcuna ferita aperta, se non nella narrazione di chi oggi propone una lettura di quegli anni che non rende pienamente giustizia alla storia amministrativa di Priero e all’impegno di chi lo ha preceduto. Il sindaco dichiara di voler unire le persone invece di “lasciarle contrapposte nella contesa per il ruolo di sindaco”, ma la democrazia non è una malattia: il confronto tra programmi diversi è la base del pluralismo. Usare il principio della rappresentanza come un merito esclusivo suona come un tentativo di sminuire ogni percorso che non faccia capo alla sua figura.
Proprio questa visione, che sembra scambiare il pluralismo per un disturbo, aiuta a comprendere meglio perché, negli ultimi dieci anni, alcuni elementi della sua stessa maggioranza abbiano scelto di intraprendere strade diverse o siano stati accantonati. Se l’idea di “unione” coincide con l’assenza di dissenso, la squadra smette di essere tale. È evidente che la difficoltà a fare squadra non dipende dai “fantasmi” degli anni Novanta, ma da una gestione attuale che fatica ad accettare il confronto interno e la pluralità di idee.
Insistere su questo racconto sembra rispondere a una precisa scelta comunicativa. Presentare una situazione ancora instabile suggerisce indirettamente che solo l’attuale guida possa fungere da garante della pace, quando invece i cittadini hanno dimostrato di aver già superato da tempo ogni logica di scontro.
Evocare i “fantasmi degli anni Novanta” rischia di diventare un alibi per non riconoscere la maturità di un elettorato che oggi vota in base a programmi e competenze. Priero ha bisogno di una visione che guardi avanti, libera da retaggi storici che oggi sopravvivono, forse per convenienza narrativa, solo nei ricordi di una parte e non nella realtà vissuta dal paese. La nostra comunità ha già voltato pagina da tempo; sarebbe auspicabile che anche chi la amministra smettesse di guardare nello specchietto retrovisore cercando legittimazione in conflitti ormai estinti.
Un gruppo di cittadini di Priero
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