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"Fentanyl 50”: il podcast che racconta la vita di un caregiver

La poesia e la voce di un figlio: cura quotidiana, dipendenza da Fentanyl e il lutto che rivela la fragilità dell’assistenza familiare. Ascoltalo gratuitamente sulle piattaforme online de "L'Unione Monregalese"

"Fentanyl 50”: dal libro di poesie nasce il podcast che racconta la vita di un caregiver

«Per il conforto di questo sorriso/mi trasformo ogni mattino io in tuo padre/e tu nella mia bambina»

Nel 2015 la settantottenne Giuseppina Musso arrivò al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Mondovì, accompagnata dal figlio, Nicola Duberti. La donna fu ricoverata e rimase nel nosocomio quasi un anno.

La paziente era già sostanzialmente disabile e costretta a letto dal 2011, alle prese con un quadro clinico complesso e una situazione di parziale autonomia. Quel ricovero rappresentò l’innesco di una spirale senza uscita, proseguita per il successivo decennio.



Insegnante, ricercatore, artista, Nicola ha cominciato così ad accudire quotidianamente sua madre, che si era fatta a quel punto bisognosa di cure costanti e pressanti. Nicola è diventato così, a tutti gli effetti, quello che oggi si chiama un care-giver, ovvero un familiare che si trova a dover affiancare una persona gravemente disabile o afflitta da problematiche di salute. Una persona che senza quella mano tesa, continua e costante, non potrebbe sopravvivere.

EPISODIO UNO

EPISODIO 2

Con il passare degli anni, infatti, Giuseppina necessita di cure sempre più assidue, perde ogni autonomia, si trova a fronteggiare ogni giorno una marea crescente di dolore, reso sopportabile solo dall’applicazione massiccia del Fentanyl, in dosi sempre più forti. Nicola deve progressivamente rinunciare a pezzi della propria vita e del proprio tempo per occuparsi di lei, fino quasi a vivere esclusivamente in funzione del care-giving. Oltre al lavoro, in questo periodo esiste solo la cura alla madre, l’organizzazione della cura alla madre, la burocrazia della cura alla madre: un obbligo che mette qualunque cosa in secondo piano, le passioni, le relazioni, l’impegno professionale.



È quasi un cordone ombelicale al contrario, che con il passare degli anni si fa sempre più corto. Da un lato una malattia sempre più crudele, che strenua e tortura la donna, dall’altro la necessità della cura che sottrae energie vitali a Nicola, fino a diventare il suo unico orizzonte di vita, anche nel nome di un amore filiale che, nonostante la stanchezza, le difficoltà, le inevitabili asperità di un rapporto così forzatamente univoco e complesso, non viene mai meno.

Un’esperienza che Nicola ha fatto confluire in una rubrica “L’alfabeto di sbadanza” pubblicata dal 2018 al 2020 sulla nostra testata, che combinava linguistica e le incombenze del care-giving in un’alchimia decisamente inedita e ricca di curiosa ironia. Nel 2025, Duberti ha pubblicato per Carabba editoreFentanyl 50”, una raccolta di poesie. Il testo raccoglie e rielabora letterariamente l’esperienza più recente, più forte e più dura, alle prese con una malattia al suo stadio più complesso. Il titolo è legato al noto farmaco antidolorifico, di cui ormai Giuseppina è dipendente e senza il quale non potrebbe più vivere. Dagli spunti di questo libro, dalla forza espressiva di quelle pagine e dal suo immenso valore universale di testimonianza, è nata l’idea di utilizzare lo strumento del podcast per raccontare questa storia.

“Fentanyl 50”: un podcast per riflettere su un tema sempre più pressante

Tutta questa esistenza, che è confluita nelle poesie, mi sono chiesto quanto fosse solo una cosa personale. È vero che poi uno può dire: "ma alla gente cosa gliene frega del mio vissuto personale di badante e caregiver di mia madre?"» «Certamente questo libro parla di una situazione che non è solo mia: la situazione del caregiver è una sorta di emergenza nazionale. Gli italiani stanno diventando vecchi. Siamo un popolo di vecchi e malati. Custodire e curare una persona con una disabilità seria, o grave, è una questione molto rilevante anche dal punto di vista sociologico.

Nicola Duberti

Lo spunto nasce in un pomeriggio di mezza estate. Ai tavolini di un bar a Mondovì avviene l’incontro con Nicola, proprio per parlare della recentissima uscita del libro “Fentanyl 50”. Nell’illustrarne i contenuti e i retroscena, Nicola manifesta il desiderio di fare qualcosa che vada oltre il solito ciclo che normalmente segue una pubblicazione editoriale: presentazioni, eventi, recensioni e la silenziosa quanto temporanea presenza sugli scaffali delle librerie.

In quel momento era ancora immerso pienamente nell’impresa di stare a fianco alla madre e sentiva il peso e l’importanza che il tema avrebbe dovuto avere per l’opinione pubblica, in un Paese sempre più pieno di anziani e di malati, con una domanda di assistenza in aumento e una drammatica difficoltà, da parte delle istituzioni, a rispondere con efficacia e con presenza.

In quel periodo era in lavorazione la prima stagione di “Vite”. La forza delle poesie di Nicola, affiancata alla sua testimonianza e allo strumento del racconto audio, poteva rappresentare un efficace mezzo per immergere il pubblico in una realtà molto difficile da comprendere se non la si vive in prima persona, e che spesso anzi patisce la superficialità di luoghi comuni e pregiudizi. Certamente, prendersi cura dei propri cari è un dovere, spesso però chi in nome di questo resta solo, patisce la fatica e la sofferenza delle privazioni e il soffocamento di uno spazio personale completamente sottratto, si sente in colpa a manifestare le proprie fragilità, ad affiancare all’immensa sofferenza della malattia anche il peso delle proprie rinunce.

Inizia così l’avventura di “Fentanyl 50”: si comincia a pensare e a scrivere, nel corso delle successive settimane, parallelamente al flusso di lavoro redazionale. Poi, a dicembre, inaspettatamente, accade qualcosa che cambia radicalmente le premesse di quanto si sta realizzando. Giuseppina Musso conclude il suo calvario terreno, nella notte tra il 3 e il 4 dicembre 2025.

L’ultima riunione con Nicola si tiene due o tre settimane dopo, nell’alloggio di sua madre, ormai vuoto. È trascorsa l’ondata di incombenze legate al funerale e a tutto quello che consegue a un lutto. È passata la silenziosa processione di amici e conoscenti. Resta solo il silenzio in un appartamento vuoto, con la curiosa sensazione di essere su un campo di battaglia, una volta terminate le ostilità. Tutte le stanze, infatti, sono ingombre di macchinari, strumentazioni, di oggetti accumulati qui e là, medicinali, sedie, supporti vari ormai inutili, le macerie rimaste dopo mesi di malattia.

Poco dopo il Natale, avviene la registrazione: nello studio presso la nostra sede si fissano su audio una ventina di poesie scelte dal libro. Poi, noi apriamo i microfoni e Nicola apre il cuore. Registra un’ora di intenso monologo a ruota libera, un flusso di coscienza in cui Nicola travasa liberamente, senza filtri, pensieri, sensazioni, sentimenti accumulati in quindici anni, oltre al dolore del distacco e alla sensazione di disorientamento di una vita che, improvvisamente, ha perso il baricentro che l’ha orientata per così tanto tempo.

Nicola Duberti, insomma, ci ha generosamente affidato la sua storia. L’ha consegnata nelle nostre mani con una fiducia e un abbandono disarmanti, di cui non possiamo che essere grati. Da questa settimana, la consegniamo al nostro pubblico.

“Fentanyl 50” non è un’intervista, non è un servizio giornalistico, non è nemmeno solo un memoriale o una confessione. Volevamo raccontare una storia: quella di una madre, Giuseppina e di suo figlio Nicola, e allo stesso tempo quella delle migliaia di persone che, nel corso della loro esistenza, hanno vissuto l’esperienza di diventare indispensabili per la vita e per la sofferenza di qualcuno.

La forza della letteratura è il valore aggiunto per penetrare a fondo in una problematica che nel nostro Paese sta diventando gradualmente fondamentale. La cura per l’altro.

Nel corso della giornata con cui la Diocesi di Mondovì ha celebrato la giornata internazionale del malato, il vescovo Egidio ha sottolineato proprio l’aspetto della relazione: «Posso dire che una persona è malata attraverso una relazione, una vicinanza che mi permette di non essere superficiale. Si comprende chi è veramente il malato con il rapporto personale. Alcune cose le cogliamo attraverso lo sguardo, altre con la confidenza. Solo farci prossimi agli altri ci aiuta a capirli profondamente, a capire di cosa hanno bisogno il nostro fratello e la nostra sorella».

Precisamente questo è lo scopo e il senso con cui abbiamo affrontato la sfida di realizzare “Fentanyl 50”.

Buon ascolto.

 

«Ho voglia di far conoscere "Fentanyl 50" per discutere pubblicamente della questione del caregiving: ci sono dietro una serie di problemi di organizzazione, economici, esistenziali, economici di grandissimo rilievo. Una delle cose, ad esempio, facilissima da comprendere: in questi anni ho avuto la possibilità di confrontarmi con una dottoressa, che aveva salvato la vita a mia madre. Il problema del caregiver, spesso, è che non sa con chi parlare. Normalmente non hai qualcuno a cui rivolgerti. Questa è una delle mancanze più gravi. Sei da solo, hai l'impressione di essere da solo a gestire queste situazioni che sono un carico emotivo, oltre che fisico, incredibile e non hai nessuno a cui dirlo, a cui chiedere un consiglio, un'indicazione. Io ho avuto la fortuna di averla e questo è stato molto importante per me. Si arriva veramente a una situazione in cui non sai dove sbattere la testa. C'è un valore di testimonianza che mi sembra importante portare in giro e suscitare dibattito, possibilmente».

Nicola Duberti

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