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28 Gennaio 2026 - 17:11
Nel riquadro la vittima, Maria Orlando
Per il pubblico ministero Francesco Lucadello, non ci sono dubbi: l’uomo avrebbe agito con l’intento di uccidere la moglie. È questa la linea dell’accusa nel processo contro Ernesto Bellino, 75 anni di Beinette, imputato per l’omicidio della consorte Maria Orlando nell’estate 2024.
Davanti alla Corte d’Assise di Cuneo, il pm ha chiesto una condanna a 22 anni di carcere. L’uomo, reo confesso, è agli arresti domiciliari in una struttura per anziani dal giugno scorso.
La richiesta dell'accusa è un bilanciamento tra l’unica aggravante contestata - il vincolo coniugale - e le attenuanti: la piena confessione, la partecipazione al processo e l’incensuratezza. Il tema centrale è la lucidità o meno dell'uomo: il perito nominato dal Tribunale ha escluso ogni dubbio circa la capacità d’intendere e di volere.
«Ho visto un uomo emotivamente provato, ma non un percorso di rivisitazione critica del proprio operato» conclude il pm, menzionando «una tendenza costante a rimarcare il passato e a concentrare le responsabilità del "disastro" del matrimonio (parola da lui usata) sulla coniuge». Non ho colto alcun segno di ravvedimento autentico e di resipiscenza».
Il figlio si è costituito parte civile. Dopo la requisitoria dell’accusa, sono attese le conclusioni dell’avvocato Enrico Gaveglio per la parte civile e l’arringa del difensore Fabrizio Di Vito. Oggi è prevista la sentenza.
Oltre mezzo secolo di vita coniugale tra litigi e incomprensioni, come confermato anche dal figlio. La badante di Maria Orlando,ascoltata a fine anno,conosce solo frammenti di quella storia, affidati a poche confidenze della coppia. Ricorda però la felicità dell’anziana quando lei arrivava in casa: «Lei mi insegnava a ballare, anche a cantare in italiano e siciliano».
La signora Bellino danzava con grazia; mettevano la musica dal telefonino e registravano qualche video, ma quando sopraggiungeva il marito smettevano. Talvolta la donna le sussurrava: «Meno male che sei arrivata».
A volte accennava a qualcosa, poi cambiava argomento; la badante non vi dava peso, sapendo che l’assistita era malata di Alzheimer. Nonostante la patologia, aggiunge, la Orlando era ancora piuttosto autosufficiente. Il coniuge approfittava della sua presenza per allontanarsi a lungo, soprattutto per fare la spesa; raramente erano in casa tutti e tre. In ogni caso, nulla faceva presagire situazioni anomale: «Il signor Bellino non mi ha mai trattata male, anche la signora mi trattava bene».
Sui rapporti con la moglie e sugli ultimi istanti di vita di lei, il marito e imputato Ernesto Bellino aveva parlato a lungo rispondendo alle domande del pubblico ministero. Un’audizione fiume, proseguita anche nell’ultima udienza davanti agli avvocati della parte civile e della difesa, Enrico Gaveglio e Fabrizio Di Vito: «Anche se mi trattava male stavamo bene, avevo bisogno di lei e mio figlio aveva bisogno di tutti e due».
Tra i singhiozzi ha ricostruito nuovamente la sequenza dell’omicidio: «Avevo voglia di lasciarla libera, ma qualcosa dentro di me mi diceva “perché mi dice queste cose?”». A scatenare il tutto, aveva sostenuto il reo confesso, sarebbe stata una banale frase pronunciata dalla moglie: «Tu non hai niente, la vera malata sono io».
La presidente della Corte d’Assise lo ha incalzato anche su un’espressione dura e terribile riferita ai Carabinieri, chiedendo se fosse autentica. «Penso di sì – risponde l’accusato –, il mio stato d’animo era quello che era».
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