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13 Febbraio 2026 - 11:13
Foto di Patrizia Valenziano per il Centro Uomini e Lupi di Entracque
Al Centro Uomini e Lupi di Entracque ogni storia ha due possibili finali: il ritorno in natura oppure una nuova vita da “bandiera” del Centro. In entrambi i casi, al centro di tutto, c’è sempre il benessere del lupo e il rispetto della sua natura selvatica.
Non tutti i lupi ospiti della struttura hanno un nome proprio. E, naturalmente, anche quelli a cui ne viene assegnato uno non sanno di chiamarsi così. Dare un nome non significa addomesticare o umanizzare: è uno strumento narrativo. Serve a raccontare in modo più chiaro e diretto le loro vicende, a mantenere un filo tra il Centro e chi, anche a distanza, segue i percorsi di recupero.

Dietro ogni nome c’è una storia di difficoltà: un investimento stradale, una ferita, un avvelenamento sospetto, un periodo di debilitazione. Storie che parlano del rapporto complesso tra uomo e fauna selvatica.
Il Centro è prima di tutto un centro di recupero della fauna selvatica. Questo significa che i lupi soccorsi sul territorio, dopo i primi interventi veterinari, trascorrono un periodo di degenza e riabilitazione in strutture adeguate, con un obiettivo preciso: tornare in natura.
Gli “ospiti temporanei” vengono gestiti in modo rigoroso e indisturbato, lontani da occhi indiscreti. I contatti con l’uomo sono ridotti al minimo indispensabile, limitati alle operazioni di alimentazione e alle cure sanitarie. Nessuna interazione superflua, nessuna esposizione al pubblico.
Sono le telecamere a permettere agli esperti di osservare i loro comportamenti, monitorare i progressi, valutare la capacità di muoversi, cacciare, reagire agli stimoli. Solo quando ogni parametro è compatibile con una vita autonoma, si procede con il rilascio.
È questa la missione primaria, in linea con quanto previsto dalla normativa italiana sulla tutela della fauna selvatica, la Legge 157 del 1992, che stabilisce come obiettivo prioritario il ritorno dell’animale al suo ambiente naturale.
Ogni reintroduzione è una vittoria silenziosa: un lupo che torna a percorrere i boschi e le montagne, riprendendo il proprio ruolo ecologico di grande predatore, fondamentale per l’equilibrio degli ecosistemi.
Non sempre, però, il percorso si conclude con il rilascio. Alcuni esemplari riportano traumi troppo gravi, subiscono complicazioni durante la degenza o sviluppano condizioni permanenti che ne comprometterebbero la sopravvivenza in libertà.
Sono loro a diventare le “Bandiere” del Centro: lupi che non possono essere reintrodotti, ma che continuano a svolgere un ruolo prezioso. Rappresentano la loro specie, raccontano – con la loro sola presenza – cosa significa essere un predatore apicale, quali rischi affronta e perché la sua tutela è così importante.
Ognuno di loro ha un nome, e quel nome permette ai visitatori di conoscere la sua storia: da dove è stato recuperato, quali difficoltà ha affrontato, perché oggi vive stabilmente al Centro.
Se si è fortunati, durante la visita, si possono vedere muoversi tra la vegetazione, osservare da lontano il loro comportamento, intuire la potenza e la diffidenza tipiche di un animale che resta, comunque, selvatico.
L’attività del Centro non è solo cura veterinaria: è educazione ambientale, è informazione, è costruzione di consapevolezza. Attraverso i lupi reintrodotti si racconta il successo della riabilitazione; attraverso le “Bandiere” si dà un volto concreto alle conseguenze delle difficoltà che la fauna selvatica incontra.
In entrambi i casi, il messaggio è lo stesso: il lupo non è un simbolo astratto, ma un elemento chiave degli ecosistemi alpini e appenninici. Conoscerlo significa imparare a convivere con lui.
E al Centro Uomini e Lupi, ogni giorno, questa convivenza prende forma tra silenzi, telecamere di monitoraggio e – quando possibile – un ritorno verso il bosco.
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