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04 Marzo 2026 - 06:47
«L’insegnante meccanico, già in funzione, la stava aspettando. Lo schermo era illuminato e stava dicendo: “Oggi la lezione di aritmetica è sull’addizione delle frazioni proprie. Prego inserire il compito nell’apposita fessura”. Margie obbedì con un sospiro. Stava pensando alle vecchie scuole che c’erano quando il nonno di suo nonno era bambino. Ci andavano i ragazzi di tutto il vicinato. Imparavano le stesse cose, così potevano darsi una mano a fare i compiti e parlare di quello che avevano da studiare. E i maestri erano persone».
Questo brano è tratto da un racconto del maestro della fantascienza, Isaac Asimov. Un racconto del 1954. È difficile, leggendolo, non pensare alla polemica esplosa in questi giorni: i prof su Youtube. O a quello che è avvenuto nel 2020 e nel 2021, durane la pandemia: la DAD, didattica a distanza.
Nei giorni scorsi si è parlato moltissimo del caso di Vincenzo Schettini: il prof youtuber del canale “La fisica che ci piace” che, di recente, è precipitato nella polemica per alcune sue frasi
Negli ultimi giorni il nome di Vincenzo Schettini è diventato uno dei più discussi sui social e nel mondo della Scuola. Il professore di fisica più famoso d’Italia, seguito da milioni di studenti grazie al progetto “La Fisica che ci piace”, è finito al centro di una bufera mediatica dopo aver affermato che, secondo lui, sempre più docenti potrebbero affiancare alla Scuola tradizionale la produzione di contenuti online, anche a pagamento.
Non solo: ha anche affermato che «Io, durante la live, avendo quattro iscritti sul mio canale, costringevo i miei studenti a seguirla. Dicevo ai ragazzi: “Oggi pomeriggio devo fare la live su YouTube: domani interrogo sulla lezione di oggi pomeriggio”».
Parole che hanno scatenato un putiferio. Molti utenti hanno interpretato questa visione come una possibile “mercificazione” della cultura e dell’istruzione.
Anche a Mondovì esistono alcuni esempi di insegnanti che hanno aperto i propri canali Youtube. Che ne pensano?
Elia Bertolazzi è un insegnante di Musica delle Medie di Mondovì che ha un canale Youtube che si chiama “Mastro Elia" https://www.youtube.com/@mastroelia
«Su Internet parlo di storia della musica, soprattutto musica antica e medievale – ci dice –: mi rivolgo a un pubblico più adulto dei miei studenti». Sul tema della divulgazione on line, il prof. Bertolazzi dice: «Nei fatti, sta già avvenendo. Sono tanti i docenti che hanno iniziato a utilizzare questi canali, sia con contenuti pubblici che privati».
Ma questo scenario potrebbe “sostituire” l’istruzione? «Io non credo – risponde –. Piuttosto, credo possa essere un sistema aggiuntivo: un’integrazione. Se è un mezzo parallelo per divulgare concetti culturali, allora può essere molto efficace: perché chi fruisce può scegliere di avere qualcosa di più approfondito e specifico». Potrebbe diventare un fenomeno sempre più diffuso in senso professionale? «Sì, potrebbe accadere: anche in questo caso, è già così per molti. I video che superano una certa diffusione possono essere monetizzati».
Elena Bertola è una docente di matematica dell’IIS “Cigna” di Mondovì che, assieme a una collega, ha aperto un podcast su Youtube: si chiama “Asintoti” (la retta che si allontana all’infinito) https://www.youtube.com/@AsintotiPodcast
Non fa divulgazione ma dà voce ai pensieri degli studenti. «Io penso che la questione debba essere distinta – ci dice –: un conto è avere una presenza sulla rete, un canale o un pagina social, che può consentire ai docenti di approfondire determinati temi o aspetti della loro professione. Tutto un altro è pensare che un’istruzione via Youtube possa “sostituire” la Scuola. E mi auguro che questo non accada mai».
Perché? «Perché la Scuola non è soltanto un ambiente dove si fa didattica: è un contesto sociale, di confronti fra coetanei, di crescita». Una nozione appresa attraverso un video visto su Youtube, Instagram o Tiktok può comunque risultare efficace? «Sì, questo sì: so che alcuni studenti cercano questi contenuti e mi dicono che funzionano. Ma è un “surplus”. Non può sostituire ciò che avviene un’aula».
Al di là della polemica esplosa attorno a Schettini, questa vicenda dimostra che si potrebbe aprire uno scenario tutto nuovo. I “content creator di ambito culturale” potrebbero crescere, negli anni a venire, segnando anche una differenza di accessibilità: per esempio, fra chi può permettersi di pagare per vedere certe lezioni, e chi no.
Cultura e istruzione non possono diventare un privilegio, ma devono essere diritto di tutti. Al netto di questo, è probabilmente inevitabile che l’impatto dei social media – e delle intelligenze artificiali – porterà anche in questo settore un cambio di paradigma.
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